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La Trasfigurazione del Signore getta una luce abbagliante sulla nostra vita quotidiana e ci fa rivolgere la mente al destino immortale che quel fatto in sé adombra”. Così si esprimeva una delle persone più illustri del secolo scorso: Paolo VI. Sono le parole scritte da lui per quell’Angelus del 6 agosto del 1978 che non vennero mai pronunziate per l’aggravarsi della sua salute e che, alla sera di quel medesimo giorno, egli stesso esperimentò tornando alla casa del Padre.

Sta salendo sul monte Gesù, insieme a “Pietro, Giacomo e Giovanni” (Mt 17,1). Li prende in disparte, come avvenne per le prime chiamate di sequela, lungo il lago di Galilea. E’ un preparativo a qualcosa di importante, ad un evento che riaccende gli ardori di quella primitiva chiamata. E’ un ritorno alle origini 2.0, a mo’ di aggiornamento del discepolato. Gesù chiama, ancora oggi, in disparte noi. Ci chiama affinché esperimentiamo, qui ed ora, la “sua grandezza” (2Pt 1,16c). Ci prende con sé, se glielo permettiamo, per ricevere grazia di rivelazione. Le parole di Paolo VI risuonano profetiche: i suoi – e dunque anche noi, eterni contemporanei di Gesù – esperimentano l’oltre-apparante, l’al-di-là della fattezza.

In quei pochi istanti di rivelazione, i suoi percepiscono sensibilmente – “siamo stati testimoni oculari…Questa voce noi l’abbiamo udita” (2Pt 1,16c.18a) – l’eternità, la divinità, la gloria. Essi esperimentano il Cielo sulla terra. Lungi da noi pensare che quell’esperienza sia esclusiva a loro. Appartiene al cristiano. Dobbiamo sempre fare esperienza, nella nostra vita personale e comunitaria, di questa luce abbagliante, di questo destino immortale. Tale vicenda ci educa a vivere questa trascendenza nell’immanenza; qui e ora facciamo esperienza di Dio, della sua Presenza. Insisto molto sulle categorie del qui e dell’ora per non cadere in una falsa illusione che pensa Dio come distante da noi, o come realtà che però ora non siamo in grado di percepire. Credo che la Chiesa del terzo millennio abbia il compito di un ritorno all’evento sensibile; Gesù si è implicato e continua a farlo con noi.

Ad essere davvero trasfigurati, dunque, sono i suoi. I loro occhi, i loro sensi, il loro pensiero, i loro sentimenti, tutto di loro viene travolto da questa luce candida e folgorante. Sono resi capaci, ora, di vedere la realtà con occhi nuovi, trasfigurati; riaccesi dalla folgore. I suoi fanno esperienza di mutamento, di conversione. La voce, che segnerà per sempre l’esistenza di Pietro, attesta la sensibilità provocata. Il Padre prende Parola e autorizza il Figlio, in un legame di relazione: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo” (Mt 17,5b), poiché Gesù “è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3a).

Non è un caso che una delle cinque vie incontro all’umano, presentate al V Convegno Ecclesiale Nazione a Firenze, nell’ottobre del 2015 – Convegno che, ahimè, ci è scivolato addosso senza troppa fatica e per nulla ripreso nelle nostre comunità – è proprio trasfigurare. Il quinto verbo – o, meglio, voce del Verbo – dice la realtà ultima dell’uomo. Luca, al racconto, aggiunge un particolare per nulla irrilevante: “salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto…” (Lc 9,28b.29a).

E’ solo la preghiera – in tutte le sue forme, comunitarie e personali – che ci permette uno sguardo trasfigurato – dunque vero – sulla realtà. Solo chi prega ha davvero contezza di ciò che lo circonda, acquisisce la sapienza per affrontare la prova, ritrova la forza che il mondo tenta di succhiarci via. Con un bellissimo ossimoro Matteo, quasi poeticamente, ci mostra cosa avviene quando preghiamo: “una nube luminosa li coprì con la sua ombra” (Mt 17,5a). Così è Dio; una luce che ci adombra. La luce di Dio non è artificiale ma talmente densa di gloria che, mentre illumina, è capace di produrre ombra. Ogni volta che preghiamo dovremmo sentire l’attestazione del Padre nel Figlio, di fronte alla realtà che ci è di fronte, provocandoci. L’imperativo divino “ascoltatelo” significa che Gesù ha da dirci qualcosa, sempre. Di fronte al male, alla malattia, alle ferite della vita, alle ingiustizie, alle gioie, agli affetti, insomma di fronte a tutto ciò che ci rende davvero umani, Gesù ha da dirci qualcosa. Solo chi prega permette al Figlio di mostrarci la realtà per come essa è, liberata dal nostro “miopismo”: la crisi diviene occasione, l’ingiustizia un’opportunità, la malattia un altare, la morte eternità. Il Padre desidera che nelle tue cose di tutti i giorni, tu possa ascoltare il Figlio; il desiderio del Padre è implicare Gesù nei tuoi affari, nei tuoi affetti. Chi prega è in grado di trasfigurare sé e ciò che lo circonda, senza cadere vittima della tristezza e dell’angoscia – mali comune del nostro tempo.

Pietro polemizza con chi credeva – e crede – che tutto questo sia una storiella da poco per anestetizzare le coscienze; che essa non abbia più niente da dire a noi postmoderni: “non siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate” (2Pt 1,16b). La narrazione del testimone non ammette scusanti. La nostra fede non è una favoletta per conciliare il sonno. Anche noi, con Pietro, prendiamo parola: “Signore, è bello per noi essere qui!” (Mt 17,4a). La categoria teologica dell’estetica viene espressa da Pietro di fronte all’evento. Chi esperimenta la trasfigurazione esperimenta anche la bellezza; il reale è bello, dunque vero. Divenire esseri trasfigurati significa divenire graziosi; la preghiera è il migliore lifting al quale sottoporsi! Le donne e gli uomini di preghiera si notano subito nella massa; essi hanno sguardo acceso di divino ardore, hanno sempre parole buone per chiunque, hanno atteggiamenti celesti, trasfigurati.

Voglio concludere con il ricordo di un uomo legato a Paolo VI e che da poco lo ha raggiunto nella patria celeste. Il vescovo Dionigi – segno di trasfigurazione per la nostra Diocesi e ora definitivamente trasfigurato nella gloria – di questo Mistero scriveva: “il sì della nostra fede in questo mistero significa, in concreto, impegno di conoscenza, di contemplazione e preghiera, di vita coerente, testimonianza e slancio missionario e grande letizia spirituale”.

Il cristiano, nel mondo, è segno di trasfigurazione per ogni umana esistenza. E’ sua primaria vocazione.

Alessandro

 

 

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