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ETHOS – trascendenza
Lasciami solo quel poco di me
con cui io possa chiamarti mio tutto.
Lasciami solo quel poco
con cui possa trovarti ovunque
e incontrarmi con te dappertutto
e darti il mio amore ogni volta.
(Rabindranath Tagore)

Pentecoste – eterno sopravvenire dello Spirito – avvia un nuovo regime: “la legge dello Spirito” (Rm 8,2a). E’ produttrice di un ethos che si manifesta, con forza, dentro di me e – ne è l’approdo naturale – fuori di me.

Questa legge spirituale viene comunemente chiamata coscienza. Coscienza che, sempre comunemente, si vorrebbe ammutolire. L’ethos mosso e vibrato dallo Spirito entra in contrasto con l’ethosdella carne” (Rm 8,3a).

Il regime nuovo di questa norma iscritta-dentro suggerisce un piano diverso; suggerisce un luogo non abituale, lo svela. E’ “lo Spirito della verità” (Gv 15,26a); di una verità non più fatta di norme che ci provengono dall’esterno ma di istanze impellenti che nascono dal di dentro.

Da Pentecoste bene e male sono scissi e identificabili chiaramente. L’io toccato dall’effusione dello Spirito sa bene che si trova nel dominio dello Spirito e non più “sotto il dominio della carne” (Rm 8,9a).

L’uomo può comprendere che la sua natura è destinata alla soprannatura. Solo nello Spirito l’io coglie la sua portata più piena, la sua capacità di Infinito del quale è fatto. Carne e Spirito sono nemici per natura; la carne può trascendere nello Spirito per soprannatura.

La categoria di carne, usata dall’Apostolo, non è sinonimo di corporeità – frutto di creazione, dunque di opera buona. Carne è piuttosto paragonabile al giovanneo mondo; sineddoche di forze che incombono e premono, attentatrici di soprannaturalità; negatrici di Incarnazione. La carne è il luogo delle passioni ribelli, figlie di quell’antico atto di vanità primordiale.

Compito dello Spirito – “darà testimonianza di me” (Gv 15,26b) – è alimentare una continua cogenza interna. E’ continua attualizzazione – contemporaneità – di Cristo in me. Motore di una vita nuova; di un ethos nuovo. Lo Spirito è testimone in me di soprannaturalità; suo richiamo ultimo.

Suo compito è rendere possibile “ciò che era impossibile” (Rm 8,3a): l’immanenza di Colui che è trascendente per natura. Mosè desiderò questo quando disse a Dio: “mostrami la tua gloria!” (Es 33,18b). Cioè Gli chiese di rendersi vicino, accessibile; a lui incontrabile.

Il mio volto non si può vedere” (Es 33,23b) è la risposta che ottiene. Perché ancora non era “compiuta” (Rm 8,4a) la Sua giustizia. Perché ancora non si era manifestata pienamente la Rivelazione. A Mosè consegnerà però la radice del proprio Essere: “misericordioso e pietoso” (Es 34,6a). Questo è il Suo nome, la propria identità.

L’accesso alla Sua trascendenza ci è donata nell’immanenza del Suo Spirito. Pentecoste è la possibilità dell’uomo di incontrare Dio, reso capace della medesima trascendenza. E’ scoperta di un Dio-relazione in sé e fuori da sé.

La liturgia di oggi pone l’accento a questa relazione trinitaria, cuore del mistero, in relazione allo Spirito che “abita in noi” (Rm 8,9b). Perché il Padre e il Figlio sono a noi accessibili unicamente per mezzo dello Spirito.

Per questo occorre tornare allo Spirito, risvegliare la Sua presenza immanente in noi.

Perché solamente chi vive la soprannaturalità sarà in grado di parlare alla natura degli uomini.

Alessandro

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