29 marzo 2026
DOMENICA DELLE PALME (A)
Giovanni 11,55-12,11
Riflessione a cura di don Erminio Villa
1. Il ‘servo di Dio’
La liturgia della Parola si apre con il secondo dei quattro canti di Isaia (Is 52,13 53,12), che hanno come protagonista un misterioso servo di Dio che stupisce il mondo, perché attraverso la sua sofferenza, il dono di sé, lo salva.
Questo stile di vita, questa capacità di mettere al centro gli altri, al posto del proprio io pervasivo (che occupa tutti gli spazi esistenziali), piace a Dio, ma irrita il mondo abituato alla mondanità (piena e assoluta realizzazione del proprio io) quale metro di giudizio di vita buona. Il servo di Dio è descritto come il capro espiatorio che prende su di sé i peccati del popolo, nel giorno della festa ebraica dell’espiazione (yom kippur); è un uomo giusto, non usa violenza o menzogna, è condannato ingiustamente, perché non abdica alla sua umanità.
La rilettura cristiana vede in filigrana la figura di Gesù, e con lui tutti i giusti della storia.
Da che parte siamo noi? Davanti al servo sofferente la gente “si copre la faccia”. E’ l’atteggiamento di chi è invecchiato precocemente, ha l’inverno nel cuore e si scalda all’illusorio tepore di una fredda indifferenza.
2. L’amore ricambiato
Nella casa di Betania qualcuno ha capito l’eccesso di amore di Gesù e lo vuole ricambiare con il suo proprio eccesso di amore versando sulla sua persona un profumo preziosissimo. Il richiamo continuo a Lazzaro serve all’evangelista da una parte per far capire quale sia stato uno dei motivi della condanna a morte di Cristo, dall’altra per far riflettere il lettore sul significato della risurrezione stessa di Lazzaro.
Cristo va a morire per risorgere. Non verrà alla festa? Certo che verrà, senza di Lui non c’è alcuna festa. Anzi lui stesso è la festa. Nella cena di ringraziamento, in casa di Lazzaro si spande un profumo prezioso, intenso. Ma esso non è nulla in confronto del profumo che emana dalla persona di Cristo, dal cui Cuore sgorgano sangue e acqua che, profumando l’universo, scacciano per sempre la morte.
Gesù rimprovera Giuda e con lui tutti coloro che commettono il male, e che tentano di giustificare le proprie magagne con argomenti nobili.
A Giuda non importa nulla dei poveri, ma solo il suo tornaconto. Gesù chiede di lasciar fare Maria, perché la riconoscenza rallegra la vita di chi la esprime e in aggiunta perché anche i discepoli devono portare nel mondo lo stesso profumo di Cristo.
Altrimenti il mondo non si accorge che ci siamo. Ricordiamo, però, che questo profumo non si compra, ma deve essere acquistato per travaso: dal cuore di Cristo al nostro.
3. Accogliere Gesù
A Gerusalemme la folla accoglie Gesù venuto per la festa di Pasqua. In realtà l’accoglienza, il tripudio è illusorio, nelle loro menti alberga ancora un messianismo regale e trionfante. La stessa folla griderà crucifige. Gesù serve solo se fa miracoli, grazie ma quando affronta il mistero della croce è solo.
In contrasto con la superficiale accoglienza di Gesù a Gerusalemme, sta il calore dell’accoglienza nella casa di Lazzaro, Marta e Maria. Chi si prende cura di Gesù non badando a spese (tempo, denaro e fatica) è suo vero amico. La casa si riempie di profumo.
Contrariamente, quando ci si prende cura spasmodica di sé, l’olezzo della decomposizione di una vita che fugge, della morte, aleggia intorno a noi. Accogliere Gesù nella nostra vita è prenderci cura di lui, del suo corpo che è la chiesa, con tutte le contraddizioni che la abitano.
Accogliere Gesù è spargere intorno a noi il profumo di parole buone, di atti solidali, di annuncio del Vangelo della vita che vince la morte.
-- don Erminio

