Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo” (At 4,11) annuncia Pietro, dinanzi al sinedrio riunito, a mo’ di secondo capitolo di un’amara vicenda che rischia di ripetersi. Quel sinedrio è il medesimo riunito per il “caso Gesù di Nazaret”. Ora è di nuovo riunito perché, due dei suoi, Pietro e Giovanni, hanno sanato “un uomo storpio” (At 3,2a) “nel nome di Gesù Cristo” (At 3,6b). Questo nome incute ancora timore presso i capi religiosi.

Cristo, pietra scartata dai costruttori – i padroni del culto – attraverso la crocifissione, ora è divenuta la pietra più importante, che sorregge tutta la costruzione attraverso la Sua Risurrezione: “voi partecipate della pienezza di lui, che è il capo di ogni Principato e di ogni Potenza” (Col 2,10) afferma con decisione Paolo. Questo è il fondamento della predicazione post-pasquale che da duemila anni guida la predicazione della Chiesa. “Questo è il fatto: è morto, è sepolto, è risorto ed è apparso. Cioè, Gesù è vivo! Questo è il nocciolo del messaggio cristiano” (Udienza Generale di Papa Francesco, 19 aprile 2017). Questo annuncio è “il principale” (EG 164) e costituisce il kerygma: da qui sempre occorre partire e ritornare. E’ il fondamento della nostra fede, non un puro dato accessorio.

La predicazione post-pasquale proprio perché kerygmatica, attrae i convenuti e gli ascoltatori: il messaggio risulta conveniente per ogni umana esistenza! Non è una predicazione moralista, condannatoria, legalista ma vitale poiché parte da un dato di fatto: Gesù è morto per te, per me, per noi peccatori per salvarci ed è risorto e vive! “Con lui sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio. Con lui Dio ha dato vita anche a voi perdonandoci tutte le colpe” (Col 2,12-13). La Sua Pasqua segna anche la nostra, partecipanti di questa pienezza e non semplici spettatori.

La sera di quel giorno” (Gv 20,19a) cioè del giorno che diverrà “il primo della settimana” (Gv 20,19a) tanto è significativo quel giorno, “venne Gesù” (Gv 20,19b). Quel giorno deve essere ogni nostro giorno. Ritorniamo a quel giorno per rinnovare quotidianamente la nostra fede; non fermiamoci al venerdì del Calvario, occorre spingersi fino alla tomba vuota della domenica mattina. Viene Gesù “mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli” (Gv 20,19). I suoi, nonostante l’annuncio ricevuto da Maria di Màgdala – “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18) – , si sono chiusi dentro al Cenacolo. Sono chiusi, sbarrati, per timore e paura; sono chiusi in loro stessi. Gesù però ha forza di entrare nonostante le porte chiuse.

Per Giovanni la Risurrezione coincide con la Pentecoste. Lo Spirito Santo diviene dunque il dono pasquale. Il saluto del Risorto è un saluto pentecostale: “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22) esclama, dopo aver soffiato su di loro. Senza lo Spirito Santo i suoi sarebbero morti dentro a quelle quattro mura! Senza lo Spirito Santo non sarebbero mai diventati missionari. Senza lo Spirito Santo la buona notizia, che dà gioia, non ci avrebbe mai raggiunti. Senza lo Spirito Santo la Chiesa rischia di annunciare solo sé stessa. Senza lo Spirito Santo Cristo rischia di ridursi ad una mera dottrina o, peggio, filosofia!

Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (Gv 20,21). Una volta effusi, i suoi sono pronti ad andare, ad essere inviati. Lo Spirito Santo promesso li accompagnerà sempre; ci accompagna sempre. “Pietro, colmato di Spirito Santo” (At 4,8a): così si presenta il “rinnegatore” dopo il dono di Pasqua di fronte ai suoi accusatori. Ora anche lui è ripieno dello stesso Spirito che agiva in Gesù ed è in grado di comportarsi come Lui.

I due brani presentati dalla liturgia, pur rimanendo nel tempo pasquale ci proiettano già alla Pentecoste. E diversamente non potrebbe essere! Tutto è un rimando allo Spirito Santo, l’animatore dei suoi. Animatore nostro. E’ solo per mezzo dello Spirito e non per virtù umana che Pietro, di fronte al sinedrio, ha l’ardire di pronunziare questa professione potente di fede: “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (At 4,12). Solamente Gesù può salvare l’uomo; tutti gli altri sono salvatori presunti. Solamente Lui si è donato, in un sacrificio libero e totale, per attirarci totalmente a sé.

Il criterio missionario, pasquale-pentecostale, è indicato dagli stessi Pietro e Giovanni: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20). Non si può trattenere, non si può contenere questo fatto che è per tutti! Lo Spirito Santo non ammette il compromesso o il contratto. Non si può tacere o tenere per noi il fatto che Cristo è il Risorto. Non si può tacere l’esperienza vissuta sulla pelle. La Chiesa in uscita, più volte richiamata da Francesco, ha come principio Gesù che entra.

Tommaso, in questo brano, diviene il portavoce inconsapevole di noi tutti; noi che “non eravamo con loro quando venne Gesù” (Gv 20,24b). Tommaso è assente quella sera; e anche noi non eravamo presenti. Gli altri gli dicono: “Abbiamo visto il Signore!” (Gv 20,25a). Questo momento segna il passaggio alla testimonianza; è il passaggio da Cristo alla Chiesa. Ora i protagonisti sono i suoi. Eppure lui non credette a questa testimonianza, lui che “non aveva accordato fiducia non solo alle donne, ma neppure agli uomini che avevano annunziato la risurrezione di Cristo Signore. E tuttavia egli era un Apostolo che sarebbe stato mandato a predicare il Vangelo. Quando in seguito cominciò a predicare Cristo, come poteva pretendere che a lui si credesse su ciò che egli stesso non aveva creduto? Credo che arrossisse di sé quando esortava gli increduli” commenta mirabilmente Agostino al riguardo.

La durezza, l’opposizione di Tommaso è anche la nostra: “Se non vedo io non credo” (Gv 20,25). Tommaso vuole vedere e toccare con mano, non si fida dei suoi compagni e fratelli. Così sono molte donne e uomini, fratelli nostri, che faticano nel credere alla nostra testimonianza perché vogliono vedere, vogliono toccare.

Otto giorni dopo” (Gv 20,26a) Gesù si ripresenta ai suoi e rimprovera a Tommaso la sua mancanza di fede: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!” (Gv 20,27). Tommaso non osa toccare il Risorto; l’avvenimento in sé destabilizza la durezza del cuore e di mente: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28b) professa immediatamente l’apostolo. Di fronte all’evento, l’incredulità di Tommaso risulta essere stoltezza. Il Risorto gli mostra le ferite che il suo corpo porta in sé, come sigillo di salvezza ottenuta da quelle piaghe. E’ il Crocifisso ora Risorto che gli sta innanzi. Egli porta a imperitura memoria nella Sua carne i segni dei chiodi e della ferita al fianco. Da queste piaghe, ora gloriose, noi riceviamo salvezza.

Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29b) è la Parola del Risorto rivolta a noi. Credere è già un vedere senza però pretesa di vedere già. Questa fede nasce solo attraverso l’esperienza fatta sulla pelle nella comunità; nasce grazie alla testimonianza delle sorelle e dei fratelli che, prima di noi, hanno esperimentato a loro volta la beatitudine ed ora ci sono compagni di cammino. Questa fede non è assimilazione di saperi o di dottrine; non è nemmeno sforzo umano di ricerca. Questa fede, che ci rende beati, ha il suo fondamento in quel giorno, nel vuoto luminoso del sepolcro e nel soffio leggero dello Spirito. Questa fede è dunque ontologicamente carismatica poiché mossa dallo Spirito.

Nello Spirito anche noi, senza esitazione alcuna, possiamo affermare che “abbiamo visto il Signore!” (Gv 20,25a). E Pasqua sia!

Alessandro

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