Il coraggioso è colui che, nonostante tutto, continua il cammino. Il coraggioso, si dice, è colui che non si arresta di fronte agli ostacoli che incontra ma li supera, aggirandoli. Il coraggioso, l’eroe vero, non è colui che ricerca sconsideratamente il rischio per fronteggiarlo; semplicemente accoglie ciò che gli accade. Il coraggioso, lo esprime la parola stessa, è colui che ha cuore e lo pone innanzi. Il coraggioso, per dirla in breve, è colui che vive ma non sopravvive. Si ha stima per i coraggiosi; per loro si ricerca l’emulazione.

La liturgia di questa domenica ci mostra un uomo che fu coraggioso: Abram(o), “eroe della fede” (Søren Kierkegaard). Dopo aver perlustrato l’origine dell’umanità e del male ora è tempo di comprendere la relazione tra creatura e Creatore. All’uomo è richiesta fede. E’ inutile nascondere che questa parola ha perso l’originale colorito del quale è fatta, risultandoci alquanto sbiadita. Sembrerebbe, oggi, che si abbia fede in tutto (o in niente), intendendo con questa, nel linguaggio corrente, una sorta di speranza che riconosciamo essere non del tutto vera fino in fondo. Quante volte sentiamo in bocca ad altri (o nella nostra), nel sopraggiungere di qualche evento non benevolo, l’espressione “speriamo che…”?

Abram(o) ci riporta all’origine della parola. “Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava” (Eb 11,8). Per noi uomini del Duemila, tutti tecnocrati e burocrati, ci risulta essere, questa, pura follia. Come si può obbedire a Qualcuno che non vediamo e lasciare tutto senza conoscere la meta? L’autore della Lettera agli Ebrei ci risponde: per fede. La fede, sul piano razionale, risulta essere follia. Per questo occorre il cuore.

La vita, ci insegna Abram(o), o si vive nei termini di una risposta ad una provocazione oppure ci piove addosso senza che ce ne accorgiamo. Dio si presenta a lui nei termini del Provocatore: è Colui che ci pone davanti (pro) una chiamata (vocazione): “vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò” (Gen 12,1). Abram(o) si era stanziato a Carran, stabilendosi con la sua famiglia, costruendo il suo futuro, la sua vita, il suo lavoro. Abram(o) rappresenta l’uomo e il suo desiderio di stabilità. E, un giorno qualsiasi, Dio gli sollecita una partenza immediata, una richiesta di rottura con il passato, una promessa non percepibile nell’immediato. Dio si manifesta nel paradosso: se sei disposto a lasciare tutto ciò che hai costruito io ti farò padre di una moltitudine; se tu mi segui io ti darò molto di più.

Questo comportamento, che sfugge alla nostra intelligenza, non è relegato certo al passato; è lo stesso Dio con il quale fare i conti anche oggi. E lungi dal testo rincuorarci pensando a chi consacra la vita in forme particolari di vocazione come se questo fosse solo una “cosa per alcuni”. E’ per me. E’ per te. Il problema, qui, è cosa vuoi fare tu della tua vita. Come vuoi spenderla. La questione è, si capisce, vitale.

Il Figlio, che ha imparato dal Padre, mentre con i suoicamminavano per la strada” (Lc 9,57a) che conduce a Gerusalemme, incontra tre personaggi che prontamente sollecita, provocandoli. Vuole vedere, quasi, se in quei tali vi era l’audacia della fede del padre Abram(o). Li invita a seguirLo. Tutti e tre arrancano scuse: a me piace dormire comodo, dice il primo; io vengo ma prima fammi sistemare gli affari, muove il secondo; io ti seguirò ma prima fammi tornare dai miei parenti per salutarli, si scusa il terzo. Scuse, alibi, ritardi. Così il Regno di Dio non può progredire. Quei tre, anche se sono uomini pii e religiosi, non hanno fede, non si fidano lì e ora. Preferiscono ritardare, pianificare, fare i conti come conviene. Le risposte di quei tali sono  paradigmi delle nostre alla provocazione divina.

L’uomo pone condizioni, Abram(o) ci insegna ad obbedire. L’uomo vuole avere certezze, Abram(o) ci insegna ad aver fede. La vita, quei tre, non la vogliono dare; non vogliono camminare sul sentiero della vita; preferiscono sostare per ammirare il paesaggio o tornarsene a casa per la troppa fatica piuttosto che preoccuparsi della meta. La vita, quella vera, è solo per i coraggiosi, per gli uomini che hanno cuore.

Ardisco nel dire che un modello di Abram(o) l’abbia trovato nel nuovo film di Spiderman “Homecoming” (“ritorno a casa”). E’ un eroe adolescente che cresce, con addosso il peso di una responsabilità grave. Dopo un inizio esuberante, pieno di orgoglio, Peter Parker (alter ego di Spiderman) comprende il cammino arduo della sua vita, accoglie più consapevolmente la provocazione che gli è posta dinanzi, obbedisce al suo mentore. Il suo vero ritorno a casa non è l’abbandono della sua vocazione ma l’accettazione piena e consapevole. Non elude la chiamata ma vi mette più cuore.

 

Abram(o) avrà avuto anche dubbi nel cammino ma il suo coraggio è stato quello di legarsi a quella Parola che sconvolse la sua quotidianità aprendola all’avvenire e all’invisibile. Abram(o) non giudica più il reale sul piano semplicemente visibile e immediato ma “aspira a una patria migliore, cioè a quella celeste” (Eb 11,16a). Legarsi a Dio per fede è decidere totalmente di sé allargando l’orizzonte dell’oggi. Legarsi a Dio è liberarsi da tutti gli alti legacci che impediscono il cammino.

La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede” (Eb 11,1).

Alessandro

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