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DEFINITIVITA’ – agàpe

L’amore non dà nulla fuorché sé stesso

e non coglie nulla se non da sé stesso.

L’amore non possiede,

né vorrebbe essere posseduto

poiché l’amore basta all’amore.

(Kahlil Gibran)

Tempo pasquale è anche tempo dell’ecclesiale. Continuo appello alla modalità caratteristica – dice Chi sia la Chiesa.

Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!” (Sal 133,1) canta il salmo. Che ardire ha il cantore nell’affermare tale modalità. E’ davvero così bello e dolce?

Ossessionati dall’individualismo imperante, dall’asfissiante egoismo, slogan del terzo millennio è “basto a me stesso”. Anche l’ecclesiale può essere ammorbato dalla tentazione che l’insiemità sia dovuta unicamente al medesimo spazio cultuale condiviso. Spesso per costrizione.

Eppure Suo testamento non fu inerente al culto. Non disse ai suoi come dovevano svolgere la liturgia. Non lasciò norme religiose o morali. E sembra che l’ecclesiale si sia dimenticato del Suo unico testamento, dettato con il cuore, tra il gesto incompreso della lavanda dei piedi e il totale abbandono nelle mani di un Altro – Suo Padre.

Vi do un comandamento nuovo” (Gv 13,34a). Non fu nuovo perché innovativo ma per la sua stringente richiesta, quotidiana sfida al reale. E’ una modalità nuova di intendere i gesti tra coloro che Lo hanno creduto.

Sua impellenza ultima fu la richiesta – quasi supplica – di un nuovo modo di intendere i legami. Mancare a questo è già tradirLo. “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34b).

Il termine di paragone non lascia scampo. I suoi hanno dovere di amarsi esattamente come sono amati da Lui.

La comunità, originata dalla Pasqua, è luogo in cui sperimentare la definitività di essere “un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32b). L’unità non ammette esclusione, divisione o incomprensione. Non sono ammesse nemmeno vergogna o paura. Tale com-partecipazione produce un’energia inarrestabile: “con grande forza davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù” (At 4,33a). L’ecclesiale sembra aver perduto anche tale dinamicità di annuncio; crede di non aver più nulla da dire.

Chi vive generato da un Amore incondizionato non può far altro che imitarLo nella propria carne. E’ la primaria verifica di sé.

Il racconto della prima comunità pasquale non ci narra di un’ideale distante e inimitabile. Ma dice l’esatto opposto. Questo nuovo modo di legarsi all’altro è profezia mai compiuta che sfida ogni mentalità contraria ad essa. Diviene norma di un ordine sociale che nessuna politica o logica egemonica ha mai preso seriamente in considerazione.

Nessuno tra loro era bisognoso” (At 4,34a) perché “tutto era comune” (At 4,32c). Solo il costituirsi di comunità di questo genere potrà offrire vera vittoria alle crisi odierne in cui il tutto è condiviso e ridistribuito “a ciascuno secondo il suo bisogno” (At 4,35b). La comunità diviene luogo di equità – ma non di uguaglianza – in cui il singolo viene colto nella sua integrità.

L’ecclesiale quale spazio primario della carità che “non avrà mai fine” (1Cor 13,8a) perché senza finitudine è Dio. Senza questa nuova modalità di intendersi, avverte l’Apostolo, porta solo al “nulla” (1Cor 13,2e), nonostante ciò che si compie.

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).

Da questo e da nient’altro.

Alessandro

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