Ascensione di Cristo

24 maggio 2020  
ASCENSIONE (A)  
Luca 24, 36-53

Riflessione a cura di don Erminio Villa.

1. Il mandato missionario

40 giorni dopo la risurrezione, Gesù ascende al cielo davanti agli sguardi stupiti degli Apostoli. Prima di lasciare la terra, Gesù parla per l’ultima volta, affidando ai suoi amici l’incarico di evangelizzare tutte le genti: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura». È questo il mandato missionario che Gesù ha lasciato alla sua Chiesa e che fedelmente dobbiamo eseguire, affinché tutti conoscano il Vangelo e abbiano la vita eterna.

Da una parte l’ascensione del Signore ci invita a innalzare il nostro pensiero alle realtà celesti, distaccandolo dalla terra; dall’altra parte siamo invece chiamati a non rimanere inerti, in una passiva attesa del ritorno del Signore, ma a edificare il Regno di Dio nel mondo. A ciascuno di noi è stato dato un dono particolare da mettere a servizio di questa opera. 

2. Contemplazione e azione

Questi due elementi vanno sempre insieme. Le sorti di questo mondo non si migliorano nelle discussioni, nelle riunioni, nelle pianificazioni, ma innalzando il cuore al Signore e attingendo da lui la luce e la forza per operare e per diffondere il bene nel mondo. L’ascensione non ha separato Gesù dalla sua Chiesa: anche se è salito al cielo, è sempre con noi: «Egli non si è separato da noi, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui saremo anche noi, uniti nella stessa gloria». 

Fin da adesso pensiamo spesso a questa gloria che ci attende nei cieli. In Gesù risorto e asceso al cielo, noi contempliamo quella che sarà anche la nostra meta finale. La festa di oggi ci ricorda che non siamo stati creati per questa terra, ma per il Paradiso. Solo lì i nostri cuori troveranno la vera pace; quaggiù ci sarà sempre qualcosa per cui penare, e questo Dio lo permette per farci desiderare ancor più ardentemente il cielo. Purtroppo tante volte viviamo come se dovessimo rimanere qui per sempre. Ma non pensando alla vita eterna, rischiamo di farci trovare impreparati all’incontro con Gesù. 

3. Pellegrini verso la casa del Padre

Il nostro pellegrinaggio terreno si potrebbe paragonare a una lunga ascensione: ma per raggiungere la vetta è richiesto il massimo del nostro impegno. Anche se è più facile scendere, noi siamo chiamati a raggiungere le vette dell’amore di Dio. E più il nostro bagaglio sarà leggero, tanto più agevolmente riusciremo a salire fino in cima. Per questo motivo, S. Francesco d’Assisi volle vivere nella povertà, per non essere ostacolato da nulla nel suo slancio verso l’alto. 

All’inizio ogni cammino di ‘ascensione’ sembra agevole, ma, quanto più ci si avvicina alla vetta, tanto più l’ascesa si fa ripida e il respiro affannoso. Se prima si ammirava la bellezza del panorama, quando si è ormai prossimi alla meta non si guarda che la cima, ogni altra cosa sembra scomparire… il desiderio di giungere in vetta si fa sempre più grande e, solo quando finalmente vi si arriva, il cuore è al colmo della gioia. Quanto più si è faticato in precedenza, tanto più si è felici alla fine. 

Il Vangelo ci pone in bilico tra cielo e terra, in un’ascensione, che ci sospinge in avanti e verso l’alto.
«Tutto il cammino spirituale, anzi l’intera esistenza del cosmo si riassume nel crescere verso più coscienza, più libertà e più amore» (Giovanni Vannucci). Il nostro amare non è inutile, ma sarà raccolto goccia a goccia e vissuto per sempre, così pure il nostro lottare non è inutile, ma sarà apprezzata ogni generosa fatica, ogni dolorosa pazienza.

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