Una speranza – certezza, nel linguaggio cristiano – è l’avvio del nuovo anno liturgico. Avvento è novità, nuovo inizio, ritorno all’inizio; di nuovo. E’ novità che chiede accoglienza. Educazione permanentemente educata. L’io in ricerca di un Io che si fa cercare.

Avvento – Colui che viene – è luogo – non tempo limitato – del nostro essere, della nostra esistenza. E’ condizione.

Avvento – Colui che è venuto – è memoria rivitalizzata da un evento indelebile, già accaduto. E’ storia.

Avvento – Colui che definitivamente verrà – è attesa continua e, allo stesso tempo, dilatazione di desiderio. E’ destino immutabile.

Se è vero che “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere” (Gotthold Ephraim Lessing) così altrettanto vero è che l’attesa è luogo di un’assenza tesa ad una Presenza; luogo di silenzio eloquente. Solo chi attende incontra. E’ assenza destinata al rabboccamento.

E’ attesa sconosciuta ma pur sempre vera: “dì a noi: quando accadranno queste cose e quale sarà il segno?” (Mc 13,4a). Nessun inganno! “Non è ancora la fine” (Mc 13,7b); non è mai la fine. Questa tensione prevede che “in Cristo tutti riceveranno la vita” (1Cor 15,22b).

Avvento è ricordo – rimettere, cioè, nel cuore – che vi è Qualcuno, un Altro che ci viene incontro, sopraggiunge alle nostre inquietudini e (pre)occupazioni; tra i nostri affari e le nostre distrazioni. E’ già avvenuto e, senza preavviso alcuno, avverrà di nuovo. E per sempre.

E’ apertura alla libertà di un Altro che mi viene incontro, che già (mi) è venuto incontro – nel silenzio di una notte e nel vagito di un infante – e che nuovamente – stavolta, per sempre “con grande potenza e gloria” (Mc 13,26b) – ci verrà incontro: “vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi” (Mc 3,26a). E’ parusiaPresenza immanente.

Guai a me! Guai a me! Ohimè!” (Is 24,16c) è il grido che può giungere nel tempo di attesa, quando l’assenza sembra predominare; carenza di Presenza. Guai a noi non accorgersi. Guai a noi non attendere. Guai a noi non farci incontrare. Guai ad essere assenti dalla Presenza.

Attendiamo, incontriamo, speriamo. “Che cos’è l’attesa? Una freccia che vola e che resta conficcata nel bersaglio. Che cos’è la sua realizzazione? Una freccia che oltrepassa il bersaglio” (Søren Kierkegaard).

Oltrepassare. Farci oltrepassare. Da Lui, l’Oltrepassante. Il Figlio dell’uomo ha forza di oltrepassare il piano asfittico della storia. Ha forza liberante, il Suo sopraggiungere.

E’ squarcio, rottura definitiva con la storia, il presente. E’ taglio sulla tela – come coglie l’artista Lucio Fontana nella sua serie più celebre e dal titolo paradigmatico “Concetti spaziali, Attese” – del mondo. Il fatto che un Altro venga, lascia segno indelebile, rottura insuturabile, ferita aperta.

La storia ormai pertugiata – comunque e nonostante tutto – è fiaccata dall’accadimento; il fine ultimo è che Egli “sia tutto in tutti” (1Cor 15,28b). Il taglio imperituro permette l’entrata di Uno che arriva, che vuole entrare, compromettendosi. Tutto in tutti.

Il cuore grida: “Dio degli eserciti, ritorna!” (Sal 80,15a). E’ desiderio implicito; nell’attendere. Di fronte “all’abominio della devastazione” (Mc 13,14a) – guerre, terremoti, carestie, percosse – il desiderio si amplifica. Nell’attesa il mio io viene educato, il mio destino anticipato.

Avvento, Presenza continua di un Altro tra noi. Avvento, vita quotidiana del cristiano – di chi, cioè sa di appartenerGli. La vita, appunto, è un’avventura; l’incrocio a più riprese di volti. E’ accidente esistenziale.

Quando verrai, Signore? Squarciami ancora. Sia io stesso pertugio di Te, oltrepassante; io Tua tela, Tu feritore. Squarciami all’Infinito Tuo essere; Presenza attesa e da attendere. Tu, il mio oltre e il mio fine.

Vieni, Signore.

Alessandro

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