PIENAMENTE Sé – autenticità

Padre mio, mi sono affezionato alla terra
quanto non avrei creduto. […]
È solo una stazione per il figlio Tuo la terra
ma ora mi addolora lasciarla
e perfino questi uomini e le loro occupazioni,[…].

Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi
o avessi dimenticato di essere stato. […]

Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?
(Mario Luzi – Via Crucis)

La festa di oggi, avvio della Settimana Autentica, non è scevra di incomprensioni. Vi è, infatti, il rischio del folklore, distratti dagli accessori decorativi. Il rischio è appesantito da un’amara rassegnazione, simile a chi già sa come andrà a finire, senza però “sul momento comprendere” (Gv 12,16a). La rassegnazione dell’abitudine ci deruba il senso della festa.

L’atteggiamento, per la maggiore, con cui si approccia questa Settimana, superlativa, è quello del corteo funebre che accompagna inevitabilmente il morto al suo destino. La rassegnazione dell’abitudine, del già visto, ci scippa la festa.

Che ve ne pare? Non verrà alla festa?” (Gv 11,56b). Si potrebbe rimanere con l’amaro in bocca a scoprire che, con tale rassegnazione, Lui non verrà alla festa. Chi sta cercando un morto, uno da commiserare, non Lo troverà. Sarà solo parvenza di festa.

Occupati dagli ulivi da vendere, dagli allestimenti scenografici, dalle processioni impeccabili, potrebbe accadere che non verrà alla festa. La Sua.

Per questo la liturgia ambrosiana marchia questi sette giorni come autentici. Autentico è colui che pienamente è sé, dentro. Sono tali questi giorni perché “tutte le cose” (Col 1,15ss.) si compiono definitivamente.

Questi giorni dicono Chi sia Colui che viene, “servo” (Is 52,13a) fedele fino all’offerta di . “Vedranno un fatto mai a essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito” (Is 52,15b). Compirà ciò che mai nessuno era stato in grado di sopportare: “caricarsi delle nostre sofferenze e addossarsi i nostri dolori” (Is 53,4a). Diviene vicario di una sofferenza altrui. Sebbene innocente.

L’invito rivolto è di avere occhi aperti, “tenendo fisso lo sguardo” (Eb 12,2a) su di Lui. Egli solo è in grado di alleviarci dal “peso e dal peccato” (Eb 12,1) prendendolo su di .

E’ il profeta a svegliare le coscienze assopite, richiamando vigilanza intrepida: “esulta grandemente, giubila! Ecco, a te viene il tuo re” (Zc 9,9a). Da questo si potrà riconoscere davvero Colui che allevia il dolore, assumendolo.

La “grande folla” (Gv 12,12a), convenuta alla festa, ha capacità profetica, gridando “Osanna! Benedetto colui che viene” (Gv 12,13b). E’ Colui che può salvare perfettamente, divenendo “sacrificio di riparazione” (Is 53,10b) per le altrui colpe.

L’“uomo dei dolori” (Is 53,3b) sopporta fino in fondo ciò per cui è venuto; non mostra viltà. Entra in Gerusalemme sapendo che non uscirà, questa volta, come le altre volte. E’ la Sua volta. Mostra autenticità al Padre, ai suoi.

Prima del Suo gesto ultimo decide di passare del tempo con chi ama, “a Betània” (Gv 12,1), con i tre fratelli e i suoi. A dire che il Suo gesto non è fatto isolato, prova di un eroismo estremo. Ha bisogno di una comunità, di una compagnia che non lo abbandoni. Egli ha bisogno di te per essere pienamente e autenticamente Sé. Vi è una prova di autenticità nelle relazioni coltivate.

L’uomo della Croce, uomo di dolore, non chiede compassione ma compagnia. Viene a renderci autentici in Lui. Misura del nostro esistere, la Sua sofferenza vicaria elimina la condanna scritta su di noi. Prova definitiva di chi siamo è questa Settimana. Chi resiste è salvato. Chi si avvia sulla Via della Croce troverà salvezza.

Alessandro

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