Che cosa significa questo?” (At 2,12b) si domandano i convenuti a Gerusalemme quella mattina di Pentecoste. E’ la domanda che molti si fanno dinanzi a ciò che lo Spirito compie. E’ forse la domanda che alcuni, in questi giorni, guardando la tv, si sono ritrovati a fare, nel vedere un popolo riunito al Circo Massimo a pregare e lodare il Signore come in un grande Cenacolo insieme a Francesco attendendo una nuova Pentecoste. Che cosa significa questo?

 Pentecoste non è una mera data segnata di rosso in un calendario, vissuta perlopiù come una domenica qualsiasi e “fagocitata” da altri eventi che ogni parrocchia decide di fare (anniversari di matrimoni, festa delle genti, professioni di fede, ecc…). Pentecoste è il mistero di Dio completo, è l’opera pasquale definitiva. A differenze delle altre grandi feste – Natale e Pasqua in primis – però, Pentecoste rimane nell’ombra. Eppure è a Pentecoste che la Chiesa nasce e comprende la sua missione. Oggi è il compleanno della Chiesa! Senza lo Spirito, tutto ciò che celebriamo assumerebbe il tono di rievocazione storica, di memoria ferma al passato, di una convenzione sociale.

 In una storica udienza, Paolo VI ebbe a dire: “Noi ci siamo chiesti più volte quali siano i bisogni maggiori della Chiesa […]. Noi, quale bisogno avvertiamo, primo e ultimo, per questa nostra Chiesa benedetta e diletta, quale? Lo dobbiamo dire, quasi trepidanti e preganti, perché è il suo mistero, e la sua vita, voi lo sapete: lo Spirito, lo Spirito Santo, animatore e santificatore della Chiesa, suo respiro divino, il vento delle sue vele, suo principio unificatore, sua sorgente interiore di luce e di forza, suo sostegno e suo  consolatore, sua sorgente di carismi e di canti, sua pace e suo gaudio, suo pegno e preludio di vita beata ed eterna. La Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo. […]. Ecco: di Lui, soprattutto, ha oggi bisogno la Chiesa!” (29 novembre 1972).

 Pentecoste è il perenne agire di Dio nella storia, qui ed ora e non solo ricordo di un fatto passato! Oggi la Chiesa non ricorda quel fatto avvenuto duemila anni fa nel Cenacolo, ma si ricorda – cioè su di sé – che lo Spirito è il suo bisogno primo e vitale. E’ lo Spirito a muovere la Chiesa, a istituirla, ad animarla. E’ la promessa di Gesù che i suoi attendono desiderosi, invocandola. Egli promette: “egli rimane presso di voi e sarà in voi” (Gv 14,17b). Lo Spirito è il perenne Amore che ci rigenera e rinnova di effusione in effusione. Lo Spirito è il permesso di soggiorno di Dio nella storia: da Pentecoste nessuno più può sbarazzarsi di Lui o crederLo lontano! La storia, il tempo – e non più il tempio! – sono eletti ad essere il nuovo “luogo” di Dio. Pentecoste è principio attivo di vera cattolicità – “li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio” (At 2,11b) – e di vera laicità. Solo nella Pentecoste la Chiesa si comprende “in uscita”.

 I suoi, mentre sono “tutti insieme nello stesso luogo” (At 2,1b) esperimentano un fenomeno audio-visivo: “venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento… apparvero loro lingue come di fuoco” (At 2,2-3a) come a dirci che Pentecoste è un fatto sensibile nella nostra esistenza: si deve vedere e sentire! Quando lo Spirito scende si avverte nell’esistenza umana, si percepisce il vento e il fuoco.

 Questa effusione – perenne nel cristiano e non solo circoscritta a mo’ di evento nella Cresima – ha almeno due elementi distintivi: la valorizzazione dell’uno – “ciascuno” – per il bene di “tutti”. Papa Francesco, nella Veglia Ecumenica di Pentecoste in occasione del Giubileo d’Oro del Rinnovamento Carismatico Cattolico di sabato scorso, ha usato un’espressione che ben sintetizza questo duplice movimento: “diversità riconciliata”.

 Anzitutto lo Spirito valorizza l’uno, la persona, il singolo: “a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune” (1Cor 12,7) scrive Paolo alla comunità carismatica di Corinto. Questa unicità è data dalla distribuzione misteriosa dei carismi: “vi sono diversi carismi, distribuendoli a ciascuno come vuole” (1Cor 12,4a.11b). Carismi che non sono qualità umane, né tanto meno sono da pensare come doni dati alla Chiesa nascente ed ora non più presenti. Per questo Paolo ammonisce la comunità: “riguardo ai doni dello Spirito, fratelli, non voglio lasciarvi nell’ignoranza” (1Cor 12,1). L’effusione dello Spirito è portatrice di doni, carismi; a ciascuno è dato un particolare carisma. La Chiesa, il cristiano sono per natura carismatici. Quanto dovremmo predicare e chiedere carismi in mezzo a noi!

 Questa diversità, però, è tesa all’unità: nonostante vi siano diversi carismi “uno solo è lo Spirito” (1Cor 12,4b). La differenza carismatica non deve portare alla divisione poiché “tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito” (1Cor 12,11a). Non a caso Luca sottolinea che “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo e tutti furono colmati di Spirito Santo” (At 2,1b.4a). L’effusione valorizza ciascuno in modo diverso, scendendo però su tutti i riuniti. E’ lo stesso Spirito che in ciascuno opera cose diverse. Questa è l’immagine di Chiesa che Luca ci consegna: mossa dallo Spirito, testimone di quella “pluriformità nell’unità” che è criterio ecclesiale. Unità non significa uniformità. Chi desidera una Chiesa uniforme non desidera la Chiesa di Gesù.

 Occorre che Pentecoste entri nella cultura – cioè nella vita – e non resti un evento lontano da noi, guardato con nostalgia e rimpianto: cultori di Pentecoste, questo dobbiamo essere. Lo Spirito è il vero protagonista di tutta la storia ecclesiale, il vero animatore. Dovremmo scambiarci anche oggi gli auguri: buona Pentecoste! Che, in altri termini, significa: ti auguro di rinascere nello Spirito, di fare esperienza nella tua vita di Lui; ti auguro di essere un cristiano rinnovato, nuovo, giorno per giorno. Solo nella Spirito sapremo essere credibili dinanzi al mondo.

 Buona Pentecoste, dunque, sia! Alleluja! Veni, Sancte Spíritus!

Alessandro

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