21 novembre 2021
II DI AVVENTO (C)
Marco 1,1-8

Riflessione a cura di don Erminio Villa.

1. Bisogno di cambiamento

Di cambiamenti positivi e di buone notizie si avverte esigenza profonda e diffusa. Tutti noi la sentiamo nella nostra vita personale, nelle relazioni; l’urgenza è evidente se consideriamo nella nostra società e nel mondo le condizioni di ingiustizia, di fame e di morte; le conseguenze drammatiche delle violenze e delle guerre; le innumerevoli persone escluse ed emarginate da processi culturali, sociali, economici, anche religiosi; se osserviamo con attenzione le disastrose conseguenze sull’ambiente causato da un procedere storico quantitativo e selvaggio senza valutazioni etiche sulle conseguenze. 

Si avverte dentro alla particolare complessità che sperimentiamo, allo smarrimento di tante persone, l’esigenza di un cambiamento che riguardi nello stesso tempo il cuore e la mente, la coscienza e la ragione, tutto il nostro essere; e che abbia conseguenze positive sull’etica personale, in sintonia con quell’etica condivisa, planetaria, in quanto stabilisce e vincola convinzioni, orientamenti, comportamenti indiscutibili per tutte le persone, le comunità, i popoli del Pianeta: giustizia, diritti umani, non violenza e pace; accoglienza e solidarietà; salvaguardia di tutti gli esseri viventi, dell’intero eco-sistema, rispetto e affermazione non solo dichiarata, ma vissuta dell’uguale dignità di ogni persona, chiunque essa sia e in qualunque condizione e situazione essa si trovi.

2. Invito a conversione

Il Vangelo può illuminare, rafforzare e sostenere questa esigenza. È l’inizio del Vangelo di Marco: “Questo è l’inizio del vangelo, il lieto messaggio di Gesù, che è il Cristo e il Figlio di Dio”. Il Vangelo è quindi, anche nell’etimologia “buona, lieta notizia”. E perché? La notizia è buona proprio riguardo a Dio: non più il Dio dei ricchi, dei potenti e dei prepotenti non più il Dio impassibile, giudice implacabile delle debolezze umane; non più il Dio maschilista e settario; ma invece, il Dio umanissimo che sta in mezzo, che accoglie, ascolta, guarisce, perdona, comunica fiducia, pace e speranza. 

Un Dio che vuole un mondo di giustizia, di uguaglianza, di pace, di fraternità. E questa è davvero una buona notizia perché ascoltandola, lasciandoci coinvolgere, diventiamo protagonisti nel diffondere con le parole e soprattutto con la coerenza della vita una umanità buona, più umana, nell’orientamento, nelle decisioni, nelle azioni.

La storia è fatta dalle persone, dalla loro presenza e azione; si concretizzano premesse e compimenti, annunci e attuazioni: prima di Gesù, si presenta suo cugino Giovanni; di famiglia sacerdotale, rompe con questa tradizione, con i luoghi e i riti del culto, date le diffuse ingiustizie e corruzioni e data una religione che le lascia così, come si realizzano. Si colloca al limitare del deserto, e con forza comincia a dire: “Cambiate vita, fatevi battezzare e Dio perdonerà i vs peccati!”.

La gente viene in massa da Gerusalemme e da tutta la regione della Giudea: la confessione dei peccati è espressione di un desiderio autentico di cambiamento che viene confermato dalla purificazione del battesimo con l’acqua corrente del fiume Giordano; un’acqua che scorre, viva, non stagnante come quella delle abluzioni rituali. 

Giovanni è un asceta, ha un vestito “fatto di peli di cammello e porta attorno i fianchi una cintura di cuoio; mangia cavallette e miele selvatico”. Lo stile di vita non può essere dissociato dalle parole che altrimenti non sono più credibili; non si può chiamare la conversione dall’incoerenza e dai compromessi. Giovanni il Battezzatore ha coscienza di essere un preparatore: “Dopo di me sta per venire colui che è più potente di me; io non sono degno nemmeno di abbassarmi a slacciargli i sandali. Io vi battezzo soltanto con acqua, egli invece vi battezzerà con lo Spirito Santo”.

Abbiamo bisogno di uomini e di donne come Giovanni: autentici, coraggiosi, coerenti. Siamo chiamati, in qualche modo, ad esserlo ciascuna e ciascuno di noi; ad esempio, a pretendere giustizia per tutti, essendo noi per primi giusti.

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don Erminio

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