Fra le sue pietre e le tue nebbie faccio/villeggiatura. Mi riposo in Piazza/del Duomo. Invece/di stelle/ogni sera si accendono parole./Nulla riposa della vita come/la vita” (Umberto Saba).

Così sintetizza la sua esperienza milanese il poeta; così noi oggi ricordiamo la dedicazione del Duomo, chiesa madre di tutti i fedeli ambrosiani. “La festività di oggi, cari fratelli, deve eccitare tanto più la nostra devozione quanto più ci è familiare, perché in verità, mentre le altre feste dei santi sono comuni a tutte le Chiese locali, questa è talmente nostra che nessuno può celebrarla al nostro posto. E’ nostra, perché è della nostra Chiesa; è nostra, perché è di noi stessi” (Bernardo di Chiaravalle). E’ anzitutto festa di identità.

E’ il sentirci appartenenti ad una storia, che esiste prima di noi e proseguirà dopo di noi. Le letture proposte contengono tutte e tre la medesima parola: casa. Duomo – domus – significa proprio questo. Non solo la casa dei cittadini ma di tutti coloro che di questa storia fanno parte. E’ festa di gente che cammina insieme, unita. E’ festa di famiglie e di famiglia.

O Israele – esclama il profeta Baruc – quanto è grande la casa di Dio, quanto è esteso il luogo del suo dominio!” (Bar 3,24). Certo, lo sappiamo, il Duomo di Milano è imponente: “Renzo, salito per un di què valichi sul terreno più elevato vide quella gran macchina del Duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava meraviglia di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino” (Alessandro Manzoni). Ma la festa di oggi non è campanilista, vuole dirci qualcosa di più. Il profeta, per casa di Dio, intende l’universo intero. La storia, tutta, è il luogo in cui Dio dimora. La festa della Dedicazione è molto più che una celebrazione di quattro – seppur storiche e artistiche  – mura: “che santità hanno i muri che vediamo? Sono santi i nostri corpi; sono santi perché i nostri corpi sono tempio dello Spirito Santo. Vostra, nostra è dunque questa festa, perché siamo dedicati al Signore; egli ci ha scelti come cosa propria” (Bernardo di Chiaravalle). E’ la festa di una “Chiesa in uscita” (EG 24) che non ha paura di prendere l’iniziativa, di coinvolgersi, di accompagnare, di fruttificare e di fare festa.

In questa “casa grande” (2Tm 2,20a) – dalle “solide fondamenta” (2Tm 2,19a), cioè Cristo medesimo – non vi sono “soltanto vasi d’oro e d’argento, ma anche di legno e di argilla” (2Tm 2,20b). In questa casa, dunque, c’è spazio per tutti, nessuno escluso. Questa casa, dicevamo, ci ricorda la nostra identità: “il Signore conosce quelli che sono suoi” (2Tm 2,19b) poiché “Egli è il nostro Dio” (Bar 3,36a). Noi siamo suoi. E’ una festa, quella di oggi, che reclama la nostra libertà e che ci spinge a sentirci parte della Chiesa universale: “la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1). Saperci parte del medesimo Corpo ci aiuta a comprendere la nostra identità, il nostro ruolo, la nostra vocazione.

Dura è la critica di Gesù nei confronti di chi aveva cambiato il tempio in un mercato: “la mia casa sarà chiamata casa di preghiera” (Mt 21,13a). Il luogo dedito al culto era stato mercificato, l’uomo dimenticato. Gesù rimette al centro l’umanità ferita, oltraggiata, dimenticata, emarginata: “gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì” (Mt 21,14). L’espressione, che Cristo fa sua, ha connotati umani: casa di preghiera significa luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo e non luogo di silenzi d’assenza. Che bello aver visto la scelta evangelica dell’Arcivescovo di Bologna mons. Zuppi di invitare, in cattedrale, tutti gli emarginati a pranzare con il Papa! Scelta che ha scosso le coscienze degli scribi moderni. La festa di oggi è festa di popolo, di una Chiesa che non prende le distanze dall’uomo; festa di una Chiesa che non ha paura di scendere in piazza non per protestare ma per professare la verità di Dio sull’uomo.

Infine questa festa ci ricorda le cose ultime – escatologia – di ciò che avverrà. La Chiesa è immagine della “Gerusalemme nuova pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 21,2). Già qui, già ora, nella comunità cristiana, fatta da cuori e non da muri, è possibile – che grande miracolo! – fare l’esperienza definitiva: “e asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4). Nell’attesa del Grande Ritorno di Cristo tra noi, i cristiani fanno l’esperienza – e sono chiamati, a loro volta, a farla fare ad ogni fratello uomo – della gioia. E’ festa, quella di oggi, perché godiamo della gioia che nessuno potrà toglierci. E’ la gioia di chi esperimenta ciò che Lui dice: “ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5a).

E’ festa grande, quella di oggi, perché ci ricorda che “Egli sarà il Dio con loro, il loro Dio” (Ap 21,3e), che noi Gli apparteniamo, che noi Lo attendiamo. Festa che ha come slogan: “Ecco la tenda di Dio con gli uomini!” (Ap 21,3b).

Essa è, in definitiva, la festa della comunità cristiana. Una comunità, una fraternità, aperta a tutti, capace di ascolto e di dialogo, luogo di educazione e crescita della coscienza personale, casa dalle porte spalancate, spazio dell’esperienza divina, madre che rigenera e che ristora, abbraccio che tutti coinvolge e nessuno esclude.

Sia visibile a tutti la nostra fraternità!

Alessandro

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