Dovrebbero cantarmi canzoni migliori, perché imparassi a credere nel loro Redentore: dovrebbero apparirmi più redenti i suoi discepoli!”. Così Nietzsche, nel suo Così parlò Zarathustra, si confessa.

Con tale provocazione voglio iniziare questa riflessione della II domenica dopo la Dedicazione, sottotitolata “la partecipazione delle genti alla salvezza”. Se la festa della Dedicazione è stato momento di riflessione sulla nostra identità e con domenica scorsa abbiamo inteso il cuore, la radicalità di questa identità con l’appartenenza alla missione, questa domenica ci viene offerto il contenuto: la salvezza. Queste tre domeniche, che la liturgia ambrosiana ci offre, potrebbero essere sintetizzate così: la Chiesa è la comunità dei salvati vocati ad annunciare salvezza.

Certo, questa categoria è una tra le più ricercate, pensate, investigate dall’uomo. Da sempre egli è alla ricerca di Chi lo possa salvare, di Chi, cioè, lo possa pienamente realizzare quale uomo. Dire salvezza, dunque, è dire felicità ultima, definitiva, stabile. Dire salvezza significa dire beatitudine. Ma in questa ricerca l’uomo può accontentarsi di facili salvatori a buon mercato, mercanti di felicità evanescenti, sostituti di Dio. L’idolo, per il racconto biblico, diventa simbolo di questa falsa salvezza; è l’anti-Dio per eccellenza. “Volgetevi a me e sarete salvi” (Is 45, 22a), Egli promette per bocca del Profeta, “perché io sono Dio, non ce n’è altri” (Is 45,22c). Questa Parola smaschera definitivamente la moltitudine idolatrica, mettendoci con le spalle al muro. E’ Parola radicale che chiede radicalità. E’ Parola proclamata a mo’ di esorcismo su tutte quelle salvezze effimere che tentano di scimmiottare Dio e attanagliano – invece che salvare – l’uomo.

Fuori di me non c’è altro dio; un dio giusto e salvatore non c’è all’infuori di me” (Is 45,21b). E’ bene che questa unicità non sia persa di vista anzitutto da noi, chiamati a portarla a “tutti i confini della terra” (Is 45,22b). Quante offerte low cost di salvezza ci vengono offerte ogni giorno? Fuori di Dio non ci è possibile, però, trovarla. Ditelo a chi pensa di trovare fortuna in una slot machine, a chi crede negli oroscopi, a chi si fa leggere le carte o le mani, a chi spera nella scienza e nella tecnica, a chi crede in altri uomini: il loro destino è la delusione. E’ Dio stesso a mettere alla prova tutte queste e molte altre storpiature di salvezza: “presentate le prove” (Is 45,21a)! Porti le prove chi dice di poter salvare l’uomo: la sfida è aperta!

La salvezza è presentata come “la mèta” (Fil 3,14a) cioè la possibilità buona – la più buona – alla quale ogni uomo può accedere, “in Cristo Gesù” (Fil 3,14b). E’ Lui, e Lui soltanto, che ci rende possibile questa salvezza. Salvezza da cosa? In ultima istanza, salvezza dalla morte, cioè da tutte quelle situazioni in cui l’uomo è solo, perduto, schiacciato, condannato, accusato, ammalato, dimenticato, disperato. L’uomo, di fronte al male, ai mali e alla morte è impotente, per questo reclama salvezza, la cerca con tutto il cuore. “Molti si comportano da nemici della croce di Cristo” (Fil 3,18) rimprovera, con le lacrime agli occhi, Paolo alla comunità di Filippi, rimprovero rivolto anche a noi. I nemici della croce sono coloro che sperano di salvarsi da soli, con i propri mezzi, escludendo Dio. I nemici della croce sono i negatori di quest’unica salvezza. I nemici della croce sono coloro che prediligono la morte rispetto alla vita, le ombre rispetto alla luce, il male rispetto al bene. Un paradigma di questo insostenibile paradosso ci è dato dall’esportazione – non troppo denunciata – della non-festa di halloween, che liberamente abbiamo fatto entrare anche nelle nostre famiglie cristiane e lasciata “festeggiare” dai nostri figli come liturgia del brutto, del violento e della morte dimenticando che “la nostra cittadinanza è nei cieli” (Fil 3,20a). Vivere da salvati – già qui e già ora – ci fa pregustare come anticipo la bellezza del Cielo, la gioia della vita eterna. Questa mèta è da raggiungere qui, in questa vita; ritardarla potrebbe essere troppo tardi!

Si capisce, così, la parabola raccontata da Gesù: “il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci” (Mt 13,47). Dio vuole che tutti siano salvati, che tutti conoscano e riconoscano Gesù quale Salvatore unico del genere umano. Non ci deve impressionare la chiosa finale: “così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni” (Mt 13,49). Buoni e cattivi non sono riconoscibili da ciò che essi han fatto ma dall’aver o meno riconosciuto di essere salvati in Gesù; riconoscibili dal loro vivere da salvati oppure no. Chi accetta la salvezza vivrà con questa certezza ogni istante, diverrà segno esistenziale di redenzione; ogni gesto e ogni parola saranno impregnati da questa certezza.

La buona e bella notizia è che noi siamo già salvi per mezzo della croce, del sacrificio universale offerto da Cristo! Questa salvezza chiede di essere riconosciuta adesso, nella propria vita; accettare questo sacrificio che ci rende “più redenti” agli occhi dei tanti Nietzsche che chiedono, a noi, l’ostensione di ciò che abbiamo ricevuto. Il loro destino grava su di noi.

Alessandro

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