ETHOS – dedicatio

Che santità hanno i muri che vediamo?

Sono santi i nostri corpi;

sono santi perché i nostri corpi

sono tempio dello Spirito Santo.

Vostra, nostra è dunque questa festa,

perché siamo dedicati al Signore;

egli ci ha scelti come cosa propria.

(Bernardo di Chiaravalle)

Festa Mediolanensis è questa liturgia domenicale. Memoriale dell’invisibile nel visibile.

Fierezza di un’appartenenza: “abbiamo una città forte” (Is 26,1b). Sono parole di canto, melodia di cuore. Diritto di cittadinanza. Saperci parte di un unicum ci rende più forti, ricchi di vigore.

Siamo uno attratti, attirati, convocati dalla “mia voce” (Gv 10,27a). L’immagine bucolica del gregge rende l’idea. Mossi dalla Voce che chiama e conosce.

Doveva provare rabbia e tristezza il Cristo, camminando “nel tempio” (Gv 10,23a). La doveva provare per l’incomprensione: relegare il Divino ad un luogo. Gli uomini hanno bisogno di spazi sicuri, angusti, sacri; nei quali sfogare di per poi uscirsene sui propri passi.

Il Dio del tempio non era più il Dio di Israele; Voce di promessa e di libertà. La critica è aspra. Insopportabile. Perfino per noi. Che abbiamo reso le chiese luoghi di chiusura dell’anima. Luoghi di vuoti e cupi silenzi, dediti ad un culto sfiancato. Rispetto – si controbatte prontamente.

C’è da chiedersi – sul serio – che idea abbiamo dei nostri luoghi di culto. Stride il comune pensare con l’immagine profetica: “aprite le porte” (Is 26,2a)! A dire che è luogo aperto. E’ vietata ogni privatizzazione, ogni negazione, divieto. Le nostre porte andrebbero divelte, scardinate invece che turnate da orari incomprensibili.

Lo splendore di “Gerusalemme che scende dal cielo” (Ap 21,10b) è spesso annebbiato, spento. Eppure questo dovremmo essere. Nella città santa vi è pure “la piazza” (Ap 21,21b). E non c’è agorà nei nostri culti. Luogo di incontri; crocevia di esperienze, lingue, tradizioni, culture. La Gerusalemme che si dovrebbe rappresentare in terra – sacramentum eterno di eternità – è inclusiva: per questo “le sue porte non si chiuderanno mai” (Ap 21,25a). E’ una città – Chiesa – davvero dalle genti. Essa è cattolica per natura e vocazione, non per difesa.

Se si entra è per essere tesi all’uscita. La Chiesa, “sposa dell’Agnello” (Ap 21,9b) lo è ontologicamente. Si tratta di un’escatologia possibile, auspicabile. Escatologia dell’ecclesiale.

A preoccupare è che “in essa non vidi alcun tempio” (Ap 21,22a); nessun luogo nel quale rifugiarsi. E’ addirittura rifiutato. Poiché è l’Agnello “il suo tempio” (Ap 21,22c). Cioè la Presenza-Essente, che raduna e chiama. Egli stesso è tempio nel quale entrare. Il tempio diviene allora spazio, tempo dell’esistenza. Raduno della storia.

Non v’è altro fondamento, infatti, che “Gesù Cristo” (1Cor 3,11b) sul quale costruire l’ “edificio di Dio” (1Cor 3,9b) che siamo noi. La decisività verte sul fondamento, sul dove.

La città santa è ricca “di ogni specie di pietre preziose” (Ap 21,19a); noi sue pietre. Noi dedicati alla costruzione e alla santificazione, noitempio di Dio” (1Cor 3,17b). E’ ogni tu, convocato a dare cittadinanza allo “Spirito di Dio” (1Cor 3,16b) affinché abiti in. Unica vera dedicatio è la nostra presa di coscienza di fronte al mistero che ci abita. Apologia dell’ecclesiale.

Unicamente così sarà possibile che a Luisi volga tutto il nostro desiderio” (Is 26,8d). La nostra piena affezione. Perché non rimanga alcun trattenere.

Alessandro

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