SYMBOLUM – di padre in figlio

Padre, se anche tu non fossi il mio

padre, se anche fossi a me un estraneo,

per te stesso egualmente t’amerei.

(Camillo Sbarbaro)

Le radici – ceppo esistenziale – vanno verificate e domandate. Il da-dove-vengo è decisivo per la maturità e responsabilità della persona.

Il padre diviene specchio drammatico dell’io-chi-sono. L’identità si dà sempre nell’altro; prima di me. La questione – serissima – riguarda l’ “eredità” (Es 34,9d): chi-diventerò? Senza un padre, cui compito è recidere dalla dipendenza infantile, si è mezz’uomini.

Aver creduto di poter fare a meno dell’autorità – l’atto di porre in essere, facendolo esistere, quanto non c’era – ci ha portati a immaginare un tempo senza padri. Senza autorità non ci potrà essere alcuna responsabilità.

Il tema della generazione – chi-mi-fa – è prettamente spirituale; la biologia si radica nella teologia. Padri e figli sono vincolati in tutto: tanto che “la colpa dei padri” (Es 34,b) – intesa quale ferita – ricade ai successori. Il trauma è ereditario.

Per questo Cristo – il Figlio – si pone come verità, cioè come Parola buona nella ferita intergenerazionale. “A quei Giudei che gli avevano creduto” (Gv 8,31a) domanda la loro discendenza: “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi davvero” (Gv 8,32.36b).

L’avverbio designa una nuova apertura radicata in un’Autorità. A confronto due figliolanze: quella dei Giudei “sotto la maledizione” (Gal 3,10a) della Legge e quella di Colui inviato dal Padre.

A battersi due paternità, due modi di intendere il Divino: uno legato alla forma – culto, cultura – che risulta castratore e l’altro liberatore e accrescitore “dalla fede” (Gal 3,7b).

I figli mirano a “compiere i desideri del padre” (Gv 8,44a); o perché costretti da una Legge-castratrice o perché mossi da una “benedizione” (Gal 3,14a) vitale e vivificatrice.

Abramo diviene segno di una strumentalizzazione religiosa orchestrata ad hoc. Evocarlo rende più leggero il peso insostenibile di precetti e normative. Abramo è segno di tutte gli orpelli che interponiamo – “diavolo” (Gv 8,44a) – tra noi e Dio nella logica lontana dello “schiavo” (Gv 8,35a).

Padri e figli sono coloro che fanno esperienza reciproca dell’altro-da-sé in una dinamicità che li lega al desiderio.

Quaresima è scoprire da Chi siamo generati, da quale Autorità dipendiamo. Sapere di essere desiderati per una libertà altra, che non lega. Una paternità che ci renda autonomi e dipendenti.

Quaresima è scoprire tutto questo altro.

Alessandro

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