Ci troviamo immersi nella quarta discussione (cfr. Gv 5,19-46; 6,22-66; 7,10-30) che Gesù ha con i Giudei nel corso della sua vicenda di svelamento/testimonianza riguardo la sua origine. Ha già rivelato essere “il pane della vita” (Gv 6,35) e “la luce del mondo” (Gv 8,12) creando stupore, confusione e scandalo.

Gesù si trova a Gerusalemme per la terza volta, tra andate e ritorni. Ci troviamo dopo il racconto della donna adultera (Gv 8,1-11) che la liturgia ci ha già presentato e la violenta requisitoria che Gesù affronta ne è la conseguenza teologica.

Alcuni Giudei, ascoltandolo, gli credono (Gv 8,30-31a). A questi egli dice: “Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,31b-32). Gesù introduce la condizione della novità che Egli è venuto a portare. La frase crea una concatenazione interna: parolaverità e discepolatoliberazione. E’ la scintilla che crea incendio negli animi.

Subito la replica auto-giustificante strumentalizzata a mo’ di alibi: “Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno” (Gv 8,33). Hanno evidentemente una memoria a breve termine: “Molte volte li aveva liberati, eppure si ostinarono nei loro progetti” (Sal 106,43). Dimenticano l’alleanza stipulata al Sinai, la liberazione dall’Egitto. Dimenticano che “Il Signore è Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (Es 34,6). Essi dimostrano di essere ancora “un popolo di dura cervice” (Es 34,9b). Dimostrano di essere ancora in un Egitto non più geografico ma esistenziale dal quale non vogliono però essere liberati.

L’alibi dei Giudei è simile ai tanti nostri: “Vado tutte le domeniche a messa”; “Sono un cristiano bravo, vado a lavoro, sono sempre in casa e non manco mai alla messa”; “Io credo in Dio ma non sono praticante”; “Prego tre volte al giorno”; ecc… Gesù abolisce la norma – tanto umana quanto folle – delle pratiche esterne, che a nulla servono. Non serve coprirsi il capo di pratiche religiose se non c’è accettazione del cuore.

Viene svelata la vera schiavitù, quella del peccato: non riconoscere l’opera (Es 34,10) del Padre, cioè credere nel Figlio. Se non si accetta Gesù in toto, non si può credere a Dio. Il peccato del mondo – inteso, in senso giovanneo, come il luogo metafisico di eccezione negativa che si oppone al Verbo, è luogo di peccato, di tenebra e di menzogna, sottomesso a satana – è non accettare Gesù, non permettergli di liberarci.

La mia parola non trova accoglienza in voi” (Gv 8,37b). E’ la constatazione del paradosso in cui si trova Gesù per tutto il Vangelo. Il paradosso è creato dalla doppia paternità: “Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro” (Gv 8,38). L’incomprensione è legata dunque alla radice, della quale Gesù fa la prognosi. Se non si crede in Gesù è perché non si ha per padre lo stesso Padre. Infatti “voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44). Ecco l’origine della loro paternità che risulta essere più una schiavitù: il diavolo, il padre della menzogna. I Giudei che rifiutano la verità di Gesù sono sottomessi alla verità di satana, che è menzogna. Dinanzi a Gesù non si può stare neutri! Non interessarsi, è già rifiutarlo. O si accetta Dio come Padre o il rischio è quello di ritrovarsi satana per schiavista! Per queso non si possono accettare due padri.

La sentenza ora è definitiva: “Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio” (Gv 8,47).

Abramo viene citato dai Giudei cinque volte in modo strumentale e superficiale, dimenticandosi che “Abramo ebbe fede in Dio” (Gal 3,6), cioè che accolse la novità di Dio nella sua vita, accolse la provocazione nella sua libertà. “Figli di Abramo – ammonisce Paolo – sono quelli che vengono dalla fede” (Gal 3,7) e con lui “sono benedetti” (Gal 3,9b). Ma quei Giudei che si riempiono la bocca del nome di Abramo sono invece “quelli che si richiamano alle opere della Legge” (Gal 3,10a) e che “stanno sotto la maledizione” (Gal 3,10a) perché non credono.

Chi credi di essere?” (Gv 8,53b), domandano ora i Giudei irritati. Gesù rimanda sempre al Padre, rapporta a Lui la sua testimonianza: “Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco” (Gv 8,54b-55a). Solamente in Gesù è possibile accedere al Padre, conoscerlo.

Gesù si manifesta, a conclusione di questa lunga e accesa discussione, come il vero compimento della promessa fatta ad Abramo, “perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse ai pagani” (Gal 3,14a). Lui è il perfetto compimento dell’alleanza; perfetto compimento del piano di Dio. Egli è “l’opera del Signore” (Es 34,10b) che però non viene riconosciuta proprio dai primi destinatari della promessa.

Il climax narrativo viene raggiunto alla fine dalla risposta di Gesù: “prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv 8,58b). La risposta suona come una bestemmia: Iosono è una formula che fa riferimento al nome divino rivelato a Mosè nel roveto ardente. Dio è; cioè è Colui che si rende presente, non primariamente per fare ma per esserci. Il fare di Dio è la proroga della sua presenza. Gesù, con questa formula, si innalza al piano di Dio, dice che è Dio. Questa risuona come bestemmia per i Giudei, tanto che “raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio” (Gv 8,59). La vicenda, iniziata con il tentativo di lapidare la donna adultera, termina con il tentativo di lapidare Gesù, vero obiettivo delle autorità giudaiche.

Siamo invitati, in questa domenica, a soffermarci e chiederci, nel nostro intimo, chi è Gesù per me. La provocazione rivolta a quei Giudei è rivolta pure a noi. Chi è nostro padre?

Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,31b-32). Dobbiamo rimanere nella sua Parola per dirci davvero suoi. Lui è la Verità da accogliere, da credere; è Verità che genera verità dentro e fuori di noi; su di noi; sugli altri. Questa Verità ha potere di rendere davvero liberi. La frase di Gesù sembrerebbe essere stata capovolta oggi: “la libertà vi farà veri!”. E’ quello che si evince da molte vicende quotidiane: credere di essere veri perché si fa ciò che si vuole. Gesù richiama però il rischio di questo libertinaggio: libertà, senza verità, genera schiavitù; sempre!

Spetta dunque a noi, attraverso la nostra libertà, lasciarci raggiungere dalla Verità, che sola, rende liberi; manifestando così la nostra vera figliolanza. Tanto saremo liberi, quanto veri.

Alessandro

 

 

 

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