ETHOS – giustizia
La vigliaccheria chiede: è sicuro?
L’opportunità chiede: è conveniente?
La vanagloria chiede: è popolare?
Ma la coscienza chiede: è giusto?
Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura,
né conveniente, né popolare; ma bisogna prenderla, perché è giusta.
(Martin Luther King)

Ma cosa è davvero giusto? La parabola – apparentemente assurda – raccontata da Gesù pone fortemente la questione. Il caso serio della giustizia.

Ci viene raccontato di un infaticabile “padrone di casa” (Mt 20,1a) che esce più volte alla ricerca di lavoratori “per la sua vigna” (Mt 20,1b). Così è Dio lungo la storia. E’ un Dio da piazza; e noi, troppo spesso, lo pennelliamo come Dio da tempio. Di questo, Gesù, è testimone. In fondo questa parabola, più che altre, risulta essere mirabile sintesi della progressiva Rivelazione.

Dio stesso rivela già al Profeta di essere talmente “giusto” (Is 45,21g) da non avere pari. Corre pure il rischio, in una sorta di tribunale celeste, di dare vantaggio all’accusato: “presentate le prove” (Is 45,21a). L’attacco è al “loro idolo” (Is 45,20e). L’idolo è, per sua stessa natura, ingiusto. Nella piazza – la res publica – campeggiano gli idoli ma non sono temuti dal Divino.

La giustizia divina è rapportata, infatti, alla salvezza: “volgetevi a me e sarete salvi” (Is 45,22a). Proprio perché salva, Egli può dirsi giusto. L’ingiustizia è da smascherare nell’idolo “che non può salvare” (Is 45,20g). Nella piazza vengono sottoposti a pubblico ludibrio.

Prova massima di questa giustizia Alta è il ribaltamento della comune logica – bassa. La paga ai vari lavoratori assunti durante l’arco della giornata è data “incominciando dagli ultimi fino ai primi” (Mt 20,8b). E’ una giustizia che non ha nulla a che vedere con quella terrestre. Chi invoca giustizia, spesso, sta premeditando, in realtà, vendetta.

Capovolgimento che sconvolge. Manca il fiato. La sindrome dei primi è veleno che corre veloce dal cuore alla lingua: “mormoravano contro il padrone” (Mt 20,11b). Si accusa Dio di essere ingiusto. Eppure ai primi non è venuto meno alla promessa; il denaro concordato a inizio giornata è loro dato.

La parabola è così svelatrice della questione di fondo: “tu sei invidioso perché io sono buono” (Mt 20,15b). I primi soffrono di invidia e di giustizialismo. La bontà del padrone supera la giustizia che quelli si aspettavano; diventa nuovo – e unico – criterio al reale. Giustizia divina è il gratis dato.

Paolo dovrà ricordare alla comunità di Efeso che “per grazia siete salvati” (Ef 2,5c). Viene così vinto l’orgoglio dei primi. La grazia è manifestazione della “sua bontà verso di noi in Cristo Gesù” (Ef 2,7b), “dono di Dio” (Ef 2,8b). E’ continuo esercizio alla memoria del cuore.

E “ciò non viene da voi né viene dalle opere” (Ef 2,8b.9a). Non vi è alcun merito da recriminare. Nessun può sentirsi primo davanti ad altri. Addirittura, nella logica divina, “voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini” (Ef 2,13). A dire che le categorie che siamo soliti usare sono nulla.

Viene così offerto un criterio oggettivo di valutazione delle cose. Un criterio che stride con i nostri. Una modalità nuova capace a uomini nuovi: “gli ultimi saranno primi e i primi ultimi” (Mt 20,15b).

La prima grande rivoluzione, la prima disobbedienza civile – oggi così invocata -, è la sovversione dei primi; di chi crede e pretende un primato senza includere gli ultimi.

Giustizia non si dà mai senza l’altro.

Alessandro

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