Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10).

Con queste parole, l’angelo irrompe nella notte dei pastori. Il Natale di Gesù è segnato fin dall’inizio dalla grande gioia, infatti “la carta d’identità del cristiano è la gioia” (Francesco, meditazione mattutina, lunedì 23 maggio 2016).

La gioia non è accessoria all’esperienza cristiana, né tanto meno è mero sentimentalismo. La gioia non è stolta felicità o semplice ottimismo. La gioia è qualcosa che ti segna, rimane; è sigillo di esperienza.

Gli stessi Magi, giunti a Betlemme, “provarono una gioia grandissima” (Mt 2,10).

Pastori e Magi, nei due racconti evangelici, sono accomunati dall’incredibile novità di gioia.

Pastori e Magi, due stati sociali differenti, che giungono al medesimo luogo. I pastori, gente burbera, senza fissa dimora, e i sapienti Magi dell’Oriente. Il vicino e il lontano, il povero e il ricco, il  debole e il forte, sono chiamati a fare la medesima esperienza. Quel Bambino nato, che è la Vita, richiama a sé tutti, compiendo in sé le antiche profezie.

Entrambi si lasciano provocare dall’iniziativa di un Altro: i pastori “andarono, senza indugio” (Lc 2,16a) e i Magi “vennero da oriente a Gerusalemme” (Mt 2,1b). Per incontrare la vera gioia bisogna muoversi fuori di noi, uscire dai nostri schemi e dal nostro modo di pensare. Il verbo della gioia è verbo di movimento. La propria libertà deve decidersi nell’incontro di un nuovo avvenimento.

Eppure questo avvenimento che accade – comunque e nonostante tutto – vive il paradossale. La vita, per sua natura, è paradossale.

Paradosso che in letteratura trova la sua espressione nel pensiero di Pirandello: la vita si contrappone alla forma. La vita, per sua natura, è contraria alla forma.

Così il paradosso è presentato da Erode. Il re è nemico della gioia, chiuso in sé stesso e nella sua brama di potere, nel suo palazzo, e che all’udire dai Magi il primo annuncio, “restò turbato” (Mt 2,3a). Erode è sconvolto dall’annuncio di vita, ha paura di perdere il potere acquisito e replica come può: “si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini” (Mt 2,16a). Nemica – anche se non ultima – della vita è la morte ed Erode si fa suo emissario. Davanti alla gioia del Bambino, risponde con una strage ingiustificata di innocenti. Crede di metter fine all’evento. Erode è la personificazione di tutte le stragi ingiuste e ingiustificate che si son compiute nei secoli. Eppure la Vita non smette di essere.

Erode è ancora fermo, nella forma, all’amore per il potere. I pastori e i Magi imparano il potere dell’amore.

Quello che avvenne nella mangiatoia fu la più grande e definitiva promessa di Dio, nonostante tutto e proprio per tutti. I Pastori e i Magi attraversarono per primi gli stipiti di quel luogo, che divenne Porta Santa. Sì, entrambi furono protagonisti, per primi, del perenne Giubileo di Misericordia, che ancora non si è concluso da quella notte a Betlemme. “La misericordia suscita gioia, perché il cuore si apre alla speranza di una vita nuova” (Misericordia et misera, Francesco).

L’incarnazione del Verbo è vera effusione di Spirito, è prima Pentecoste in grado di generare Vita. Così come la gioia/giubilo della Misericordia è dono dello Spirito.

Quello al quale assistettero, pastori e Magi, fu dunque tutta la potenza dello Spirito Santo; videro e udirono – verbi di ogni esperienza/rivelazione cristiana – le grandi meraviglie di Dio.

Questa esperienza cambia i convenuti; la gioia prodotta non lascia più come prima, ha forza di conversione; per questo “per un’altra strada fecero ritorno” (Mt 2,12).

Alessandro

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