Il personaggio di Giovanni Battista irrompe oggi nella nostra liturgia con tutto il suo stile. Uno stile che va molto di moda negli ultimi tempi: quello del contestatore.

Contestatore.

Giovanni è un contestatore e queso è evidente e li fa con tutta la sua forza, con tutta la sua coerenza e pagherà salato questa Suo onestà che oggi definiremmo onestà intellettuale ma che in realtà ha il sapore del credente. Noi oggi ci spaventiamo di fronte alla parola credente perché evoca spettri di in antichità che vorremmo nascondere; quella antichità fatte di concretezza e fedeltà che proprio oggi sono fardelli scomodi da portare.

Giovanni contesta con energia, con forza e forse anche con teatralità perché crede fortemente, ciecamente che l’alleanza con Dio sia stata dimenticata, venduta, oltraggiata, adeguata in un modo sbagliato se non addirittura profano da un popolo che sta perdendo il suo carattere fondante la sua identità che nasce proprio dalla consapevolezza della sua unicità nei confronti di Dio. Sacerdoti, profeti e dottori della legge si sono lasciati ammansire o addirittura plagiare dai ruoli e dalla pseudoimportanza che loro stessi si sono attribuiti dimenticandosi così dell’essenzialità della loro missione. La hanno svenduta per un primo posto nel sinedrio, per una carica pubblica, per un privilegio che non corrisponde affatto al compito che deve essere svolto. Hanno perso l’orizzonte e il senso del loro essere sacerdoti, profeti o credenti. Hanno dimenticato cosa vuol dire avere fame e sete di giustizia, quella giustizia con la G maiuscola che deriva dal patto di alleanza con Dio stesso.

Credente.

Giovanni no non ha perso l’orizzonte, ha mantenuto il suo legame originario. Giovanni è il credente quello vero, quello radicale, forse anche troppo, che non accetta che sia mediato o alterato il suo rapporto con Dio. Quello che non teme di essere “originale” o considerato pazzo e che continua a ricordare a tutti noi, a tutte le generazioni che se smettiamo di gridare “Signore vieni” perdiamo effettivamente il senso del nostro credere. Non si può tacere, proprio nell’Avvento, il grande peccato della comunità cristiana: quel peccato che sembra non essere più percepito come tale da nessuno. È la cessazione del grido: «Vieni, Signore Gesù, vieni presto tra noi!», grido di attesa e di speranza certa che tutto era già consegnato nelle sue mani e nulla più poteva ritenersi definitivo, assoluto: la Chiesa, la storia, l’umanità, giacevano ai piedi del Risorto; e i credenti, in lui viventi, si sentivano ormai liberati dalle paure dei condizionamenti, dalle schiavitù di una vita senza uscita e senza meta. In Gesù e per mezzo di Gesù tutto riprende il suo dinamismo, la sua corsa. Il pellegrinaggio adesso ha senso.

Claudio

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