Le letture proposte dalla liturgia di questa domenica ci offrono un paradigma, una motivazione e una condizione riguardo la prova, biblicamente intesa. Scenario delle tre vicende è la domanda, pienamente umana, riguardo al male che sembrerebbe, paradossalmente, attanagliare i giusti.

 Il paradigma biblico, per eccellenza, è la figura di Giobbe. La pericope proposta (Gb 1,13-21) risulta però assente di alcuni elementi fondamentali per la giusta comprensione. Giobbe è un uomo “integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male. Il più grande fra tutti i figli d’oriente” (Gb 1,1.3b). Con il linguaggio biblico, Giobbe è un giusto. Non ebreo e molto ricco: “sette figli e tre figlie; possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e una servitù molto numerosa” (Gb 1,2-3a). La vicenda di quest’uomo inizia in positivo: è un timorato di Dio e vive in maniera integra; diremmo, noi, che non gli mancherebbe nulla di quanto si possa desiderare. Giobbe fa la sua comparsa in scena come un uomo felice. Chi si aspetterebbe, addentrandosi nella vicenda, che costui divenga un parafulmine sul quale si scaglia ogni sorta di dramma? “Un giorno accadde che, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe” (Gb 1,13). Per quattro volte il poveretto riceve, una dietro l’altra, notizie nefaste: prima perde i buoi e le asine; poi le pecore; poi è il turno dei cammelli. Ultima notizia, la più terribile, la morte di tutti i figli. Se proseguiamo la lettura, Giobbe viene segnato anche nel corpo dalla malattia. La domanda è naturale: perché a lui? Non si tratta di sfortune o di destino. Proprio perché questa vicenda è paradigmatica per l’esistenza umana, il narratore mostra un dialogo nel prologo che può dirci molto. Il dialogo avviene tra Satana e il Signore (Gb 1,6). Satana – l’avversario e l’accusatore – non è semplicemente una strategia narrativa ma è il nemico dell’uomo – e di Dio – fin dall’origine. Si presenta di fronte a Dio – al quale è e rimane sottomesso, in quanto creatura – e propone la prova nei riguardi di Giobbe: “stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!” (Gb 1,11). Questo dialogo ci mostra due verità costitutive che mai dovremmo dimenticare: Satana esiste; il suo operato è sempre sottomesso e permesso da Dio. Dio – qui sta il problema della questione che ci poniamo – permette che Giobbe venga toccato nei tre ambiti in cui il nemico può operare: i beni materiali (gli animali di Giobbe erano la sua ricchezza), gli affetti (moriranno i figli e la moglie si allontanerà) e la natura (con la malattia). Questi sono i tre campi in cui Satana ha potere – se gli viene permesso – di operare. Mai, però, può intaccare la libertà. Il narratore precisa che “in tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto” (Gb 1,22). Questa sua pazienza nel dramma (lunga ben quarantadue capitoli!) lo riabiliterà. Giobbe diviene dunque figura, modello, del giusto che viene attaccato, dandone una rilettura corretta. Le prime battute di quest’uomo ci mostrano come la sua libertà, anche se sofferente, rimane legata a Dio: “il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!” (Gb 1,21b).

 La motivazione della prova, cioè il frutto che può portare, viene indicata da Paolo: “io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù” (2Tm 2,10). Questa prova – Paolo scriverà dal carcere, incatenato per il Vangelo – viene intesa come assimilazione di quella che subì lo stesso Gesù, avendo come scopo la salvezza di altri. Il giusto, misteriosamente, è messo alla prova perché altri – il mondo! – venga salvato. Molte sorelle e molti fratelli offrono, nel nascondimento, giorno e notte, la loro prova a motivo del Vangelo. La prova, dunque, è già evangelizzazione in atto.

 La prova, poi, vige di una condizione basilare. La “prova provata” si fonda su un criterio evangelico: “quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10). La condizione posta da Gesù indica il legame ultimo – escatologico – con l’Altro. Non è eroismo o propaganda, la prova; ma accettazione incondizionata dei piani di Dio. Per questo il contesto nel quale viene detto ciò è “la fede” (Lc 17,5). Gesù è colui che venne messo alla prova e che, avendo fiducia incondizionata nel Padre, ebbe frutto ancora più grande: “lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2Tm 2,13).

 Il paradigma, la motivazione e la condizione servono – ci servono – per non cadere nelle trappole dell’auto-commiserazione, del caso-destino, di un Dio vendicativo. La prova – della quale tutti facciamo esperienza e in abbondanza – serve a purificare la nostra fede. Non è volontà di Dio darci noia ma è sua permissione, per un piano più ampio che solamente Lui conosce. La prova è permessa nella misura in cui ciascuno è in grado di portare il peso. Non ci verrà mai data una prova più grande del nostro cuore.

 Il paradigma di Giobbe ci dice che il male non è una forza pari ed eguale a quella di Dio ma è a Lui sottomessa. Inoltre ci conforta sapere che la prova è sempre limitata nel tempo, mai duratura.

 La motivazione, presentata da Paolo, ci indica che, in maniera misterica, il nostro male, la nostra pena, le nostre catene servono un bene più grande: quello del mondo.

 La condizione, posta da Gesù, distingue in maniera netta il martirio cristiano dal suicidio fondamentalista.

Alessandro

In fondo, la nostra fede, per essere “prova” per gli altri deve essere “provata” dal dramma umano.

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