Nella liturgia di questa domenica è Gesù stesso a svelare il fil rouge delle letture proposte: “come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo” (Lc 17,26).

Nel racconto lucano ci troviamo nell’anticamera – geografica – di Gerusalemme, luogo definitivo della vicenda di Gesù. E’ il luogo in cui “il Figlio dell’uomo si manifesterà” (Lc 17,30b) in Croce. Gesù è in viaggio con i suoi e poco prima di raggiungere la Città Santa, si sente in dovere di citare Noè paragonando quei giorni a questi, anzi, a questo. Il testo pone in evidenza una differenza tra giorni e giorno; tra cronos, come semplice trascorrere del tempo e kairos, quale momento supremo, favorevole. Ad interfacciarsi, nel perenne incontro/scontro, è la vita di tutti i giorni e l’evento.

Gesù sta preparando i suoi al periodo post-Croce – nel quale ci troviamo anche noi quali eterni contemporanei dell’evento – svelando la non-fine di un’apparente fine. Le parole si fanno cariche di tensione. I giorni di Noè non furono affatto felici – deve essere stato, di primo acchito, il pensiero dei suoi.

Cosa deve aver visto Gesù, nella sua epoca e anche oltre, per poter paragonare quei giorni a quelli umidi di Noè?

Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre” (Gen 6,5). Quell’aggiunta, “sempre”, ha un peso non indifferente nella diagnosi del Creatore nei riguardi dell’umanità. Qui, in gioco, vi sono le conseguenze provabili di quel primo peccato nei confronti di Dio. L’umanità, da quel giorno, è ferita, caduca, tendente al male; non per natura ma per istinto.

Il filo rosso, dunque, che utilizza Gesù per ricamare una rilettura dell’umanità è quello del misterioso mistero del male. La liturgia, continuando la sua ricerca dell’umana esistenza, si sofferma su ciò che attanaglia l’uomo fin dal principio. Il male però, va detto subito, non rientra nelle cose create da Dio. Il male abita nella storia non con diritto; il male, per natura, è abusivo.

Sono giorni, quelli di Noè, pieni di ogni malvagità. L’introduzione al diluvio universale delinea ciò che si stava vivendo: “i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli a loro scelta” (Gen 6,2). I verbi richiamano quelli di caduta: “la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò” (Gen 3,6). Il peccato di superbia iniziale è ingordigia della vista e della gola. Ora questa ingordigia si è distesa come macchia di petrolio in mare, travolgendo tutto ciò che incontra. I figli di Dio – probabilmente della discendenza di Set, terzo figlio di Adamo ed Eva, che ristabilisce la genealogia buona – si mischiano con le figlie degli uomini – discendenti della linea di Caino, genealogia cattiva – abusandone per ingordigia irrefrenabile. Ci troviamo di fronte a quella che fu la prima violenza sessuale.

E’ ciò che Paolo contrapporrà utilizzando le categorie di “Spirito” e di “carne”: “la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste” (Gal 5,17). Per secoli questa eterna lotta è stata fraintesa fra Spirito e corpo. Ma la corporeità non solo è positiva ma è l’unica che ci garantisce l’esperienza dello Spirito e dell’umano. La carne, alla quale si richiama Paolo, è una categoria teologia, molto più profonda: è la libidine di stomaco, la condizione peccaminosa e tentatrice che cerca di distoglierci dal reale. Per questo Paolo è preoccupato nel richiamare la comunità della Galazia: “camminate secondo lo Spirito” (Gal 5,16a.25b) che letteralmente potremmo tradurre con “allineatevi”.

Il mistero del male, della carne, del “mistero dell’iniquità” (2Ts 2,7a), che sempre è “accovacciato alla tua porta” (Gen 4,7b) ha come scopo quello di farci dimenticare che noi siamo creature limitate e finite. Tristemente l’autore nota che, di fronte a tutto il male dell’umanità, “il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” (Gen 6,6). Il Creatore è addolorato nel vedere che la più bella tra tutte le creature, sia capace delle più terribili tra le opere. Tale vicenda, però, ci mostra una verità spesso travisata: non siamo in balia di un dualismo, tra una forza del Bene e una del Male che hanno pari potere. “La differenza è che secondo il cristianesimo questa Potenza Oscura è stata creata da Dio, ed era buona quando fu creata, e si è traviata. Per il cristianesimo, come per il dualismo, il nostro universo è in guerra. Ma per il cristianesimo non si tratta di un conflitto tra potenze indipendenti, bensì di una guerra civile, di una ribellione: e noi viviamo in una parte dell’universo occupata dal ribelle. Territorio occupato dal nemico: ecco cos’è questo mondo” (Clive Staples Lewis).

Il male, dunque, è entrato subdolamente nel cuore di uomo, tentando di allontanarci da Dio, nostro luogo di origine e nostra meta. Il male è la via più semplice – ma anche la più pericolosa – per arrivare a conquistare i nostri scopi e non quelli di Dio. Il rimedio lo delinea Paolo: “quelli che sono di Cristo Gesù – che camminano allineati allo Spirito – hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri” (Gal 5,24). Il giorno della Croce delineerà di nuovo la separazione tra i figli di Dio e i figli degli uomini; tra umanità risanata e umanità ferita.

Il rimanere allineati allo Spirito ci garantisce a non cadere, banalmente, nella trappola della carne che sempre attenta alla nostra esistenza.

Alessandro

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