Corpus Domini | La disputa del Sacramento | Raffaello

14 giugno 2020  
CORPUS DOMINI (A)  
Giovanni 6, 51-58

Riflessione a cura di don Erminio Villa.

1. Gesù è il pane della vita

Nel Vangelo Gesù per otto volte ripete: «Chi mangia la mia carne vivrà in eterno». E ogni volta ribadisce il perché di questo mangiare: per vivere, per avere vita in abbondanza. È l’incalzante, martellante certezza da parte di Gesù di possedere qualcosa che capovolge la direzione della vita: non più avviata verso la morte, ma chiamata a fiorire in Dio. 

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna». ‘Ha’ la vita eterna, non ‘avrà’. La «vita eterna» non è una specie di «trattamento di fine rapporto», di liquidazione che accumulo con il mio lavoro e di cui potrò godere alla fine dell’esistenza. La vita eterna è già cominciata: è una vita diversa, profonda, giusta, che ha in sé la vita stessa di Gesù, buona, bella e beata.

Ma la vita eterna interessa? Domanda il salmo 33, v.13: «C’è qualcuno che desidera la vita? Che brama lunghi giorni felici, per gustarla?». Sì, io voglio per me e per i miei una vita che sia vera e piena: giorni, anzi anni sereni, gioiosi. Se siamo cercatori, affamati di vita, non rassegnatiin Gesù troveremo risposte. 

Le troveremo nella sua carne e nel suo sangue, che non sono tanto il materiale fisiologico che componeva il suo corpo, ma includono la sua vita tutta intera, la sua vicenda umana: il suo respiro divino, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, le sue lacrime, le sue passioni, i suoi abbracci, la casa che si riempie del profumo di nardo e di amicizia, fino alla carne inchiodata e al sangue versato, cioè fino al dono di sé, di tutto se stesso

2. Mangiare/bere per vivere insieme, per lui e in lui

Mangiare e bere Cristo significa essere in comunione con il suo segreto vitale: l’amore. Cristo possiede il segreto della vita che non muore. E vuole trasmetterlo. «Chi mangia la mia carne dimora in me e io in lui». È molto bello questo dimorare insieme. Gli uomini quando amano dicono: vieni a vivere nella mia casa, la mia casa è la tua casa. Dio lo dice a noi. E noi lo diciamo a Dio perché il nostro cuore è a casa solo accanto al suo.

Al momento della professione il monaco armeno antico, invece che con i tre classici voti, si consacrava a Dio con queste parole: voglio essere uno con Te! Essere una sola cosa con Dio è il fine della vita cristiana. «Uno con te»! E lascio che il mio cuore assorba te, lascio che tu assorba il mio cuore, e che di due diventiamo finalmente una cosa sola. 

Il fine della storia: Dio si è fatto uomo per questo, perché l’uomo si faccia come Dio. Gesù Cristo entra in noi per produrre un cambiamento profondo, per una “cristificazione”: un pezzo di Dio in me perché io diventi un pezzo di Dio nel mondo.

3. Mi nutro del suo Pane per diventare anch’io pane

Farsi pane: bisogno incontenibile di Dio. Qui sta il genio del cristianesimo: non più un Dio che domanda agli uomini offerte, doni, sacrifici, ma un Dio che offre, sacrifica, dona, perde se stesso dentro le sue creature, come lievito dentro il pane, come pane dentro il corpo. «Mangiate e bevete di me», per diventare luce da luce, Dio da Dio, della stessa sua sostanza. Per farlo occorre cogliere il segreto vitale di Gesù, assimilarne il nocciolo vivo e appassionato.

Gesù ha scelto il pane come simbolo dell’intera sua vitaCristo si fa pane perché ognuno di noi prima di morire deve diventare pane per qualcuno, un pezzo di pane che sappia di buono per le persone che ama. E goccia di sangue, che è il simbolo di tutto quanto abbiamo di buono e di vivo, che mettiamo a disposizione di chi amiamo e, ancor più, di chi ha bisogno di essere amato. 

Dio è pane incamminato verso la mia fame. Sapermi cercato, nonostante tutte le mie distrazioni, sapere che io sono il desiderio di Dio, nonostante i miei limiti, è tutta la mia forza e la mia pace.

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