In queste domeniche post-pasquali, la liturgia ci prepara alla grande festa di Pentecoste. Veniamo sottoposti ad una sorta di check-up spirituale teso a (ri)definire chi è il cristiano. Ci viene ricordato – per chi forse se lo dimentica troppo spesso o semplicemente lo ignora – che siamo “unti”, come Gesù, dallo Spirito. Il cristiano è colui che è mosso dal medesimo Spirito che agì in Cristo. Questa unzione è potenza, autorità, visione; è presenza reale e sensibile.

 Paolo ha ben chiara questa soprannaturalità naturale del cristiano, tanto che la svela all’inizio della sua prima lettera alla comunità di Corinto: “non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio” (1Cor 2,12a). Ecco la chiave di volta! Quello dell’apostolo è un richiamo che non tramonterà mai: non ci guida lo spirito del mondo. Ciò che anima il cristiano, ciò che lo rende riconoscibile è che non si abbassa al pensare del mondo, a quei luoghi comuni dei quali molti si riempiono le bocche. Mondo e Spirito sono in contrasto, e lo saranno sempre. Lo Spirito e il mondo generano, in noi, un de bellum intestinum – una lotta interiore – tra l’uomo nuovo al quale tendiamo e l’uomo vecchio teso alle passioni.

 Ci troviamo in un “cambiamento d’epoca”, ha ricordato il Papa ai rappresentati del V Convegno Nazionale Ecclesiale il 10 novembre 2015. E in questo cambiamento il rischio più grosso – richiamato da Benedetto XVI in più occasioni – è che anche i cristiani cedano al relativismo, cioè cadano preda dello spirito del mondo. In questo cambiamento, la Chiesa del Terzo Millennio è chiamata ad essere segno/sacramento ma ciò sarà possibile solamente se saprà ritornare e camminare nell’unzione.

 Gesù conosce bene i rischi per i suoi, e per questo promette: “il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26). Il cristiano, per non cadere preda del mondo, ha un difensore: lo Spirito Santo. Lui, dice Gesù, è il nostro avvocato e consolatore; Lui fa sì che noi non rimaniamo soli; Lui è il compagno di viaggio. Lo Spirito è maestro interiore – il vero nome dell’anonima coscienza – e memoria viva di Gesù. Lui, che abita in noi, ci guida, ci ammonisce, ci commuove, rimuove ciò che è vecchio, ci muove. Lui è l’unzione che sempre dobbiamo rinnovare, invocandoLo, sopra di noi. Lui, e solo Lui, ci rende accessibile Gesù. Senza lo Spirito, Gesù rimane un personaggio storico alla pari di molti altri.

 La Chiesa primitiva è una Chiesa che agisce nell’unzione: “Pietro, colmato di Spirito Santo” (At 4,8a) ha l’ardire di fronteggiare gli accusatori. Se vi è lo Spirito non vi può essere più alcuna paura! Nello Spirito, Pietro proclamerà la più grande verità: “in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (At 4,12).

 Pietro resiste allo spirito del mondo che vuole censurare – qualche differenza con oggi? – questo nome: Gesù. Chi è mosso dallo Spirito non sarà mai fermato da niente e nessuno. La Chiesa che vive di effusione in effusione infastidirà sempre il pensiero del mondo e il “politicamente corretto”. Basti pensare ai grandi temi – scomodi – della vita, della morte e della famiglia. “L’uomo mosso dallo Spirito giudica ogni cosa” (1Cor 2,15a) continua Paolo. Non è dunque vero che il cristiano non giudica, anzi! Proprio perché mosso dallo Spirito è in grado di leggere la realtà che lo circonda, esercitando l’arte del discernimento, per cogliere ciò che è bene e ciò che è male; è in grado di distinguerli e chiamarli per nome. Il giudizio, però, non è mai condanna all’uomo ma annuncio di liberazione. Il male va evangelizzato, non semplicemente denunciato. Al male dobbiamo proclamare, con forza, il nome di Gesù, il Solo che salva.

 Paolo attesta il cambiamento sensibile generato dallo Spirito in noi: “noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1Cor 2,16b) cioè lo Spirito stesso che ci abita: “pensare e sentire con Cristo è l’opera dello Spirito Santo in noi” (Angelo Scola, Educarsi al pensiero di Cristo). Questo pensiero non è semplicemente una somma di precetti da imparare a memoria ma molto di più! E’ il segno della vita nuova, della rinascita spirituale, libertà d’azione dello Spirito stesso in noi. Lo Spirito ci educa ad una mentalità nuova, che è la mentalità di Gesù. Il cristiano è colui che muore quotidianamente al proprio pensiero – troppo finito e scontato – per rinascere al meraviglioso pensiero di Cristo e di cui si ha percezione nel quotidiano: nell’agire, nel parlare, nel modo di comportarsi, nel relazionarsi, nell’amare, nel prendere decisioni,… Questa è l’opera Sua, la perenne Pentecoste nella nostra vita: trasformarci ad immagine di Cristo, iniziando con la conversione del nostro modo di pensare e sentire il reale.

 Il Catechismo ci ricorda che “gli ultimi tempi, nei quali siamo, sono i tempi dell’effusione dello Spirito Santo” (CCC 2819) poiché il tempo della Chiesa, nata dalla Pentecoste storica e nel quale ancora ci troviamo, è per natura pentecostale. Molti problemi in mezzo a noi, la mancanza di visione e di atti concreti, la tanta tiepidezza a vivere da cristiani, la vergogna di esserlo, la convenzione nel vivere la fede hanno tutti per madre l’unica vera, grande, crisi: quella spirituale.

 Ad essere in crisi, però, non è lo Spirito ma la nostra invocazione e preghiera; è in crisi il nostro saperci mettere in ginocchio e lasciarci vincere dall’unzione; è in crisi l’uomo nuovo che troppo facilmente è insabbiato dal vecchio.

 “Torniamo allo Spirito Santo, affinché lo Spirito Santo torni a noi” (Elena Guerra).

E Pentecoste – ogni giorno – sia!

Alessandro

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