“E in tal caso, siate gentili. Non lasciatemi con la mia tristezza: scrivetemi subito che è tornato.”
La prof chiuse il libro e guardò attentamente i ragazzi, silenziosi, attenti, commossi. Tuttoera immobile, quasi il tempo si fosse fermato.
Elena fu la prima a spezzare l’incantesimo: “Prof, la storia continua, vero? Insomma non possiamo finire qui, troviamo un modo di andare avanti.”
Gli altri annuivano. Ci fu un mormorio generale di cui Alice si fece portavoce: “E se tutto il lavoro fatto leggendo Il Piccolo Principe diventasse uno spettacolo?” Roby esclamò entusiasta: “Siii, mi piace. Ma non quello di Saint Exupery, il nostro Piccolo Principe. Raccontiamo cosa è cambiato in noi!”
Si misero ai voti le varie proposte e si decise: un laboratorio espressivo molto intimo! I ragazzi della 2c erano davvero elettrizzati. Gli attori scrissero sul loro quaderno la prima frase : “L’uomo non è che un nodo di elazioni.”
“Il Piccolo Principe ha girato l’universo per cercare di dare un senso a quella frase, ha incontrato un sacco di persone strane e alla fine ha capito l’importanza dell’incontro, quello vero, alla fine ha scoperto cosa vuol dire amare. Cavolo, prof, dobbiamo cercare di far capire questo!” Così disse Miriam.
“Ma se noi non siamo capaci di andare d’accordo in 20!” La rimbeccò subito David: “Ci prendiamo sempre in giro, anche per stupidate!” Le discussioni nei gruppi si fecero accese. “Partiamo dal titolo” propose Jhonny, “tipo Il Piccolo Principe incontra l’altro”. Gli fece eco subito Alvin “L’altro diverso, però, che magari ci sta antipatico”.
“Così è brutto, magari si può dire incontra la diversità”, aggiunse Giulio “la diversità che non si accetta”
“Proviamo a girarla in positivo, la diversità arricchisce” esclamò Edo, che sembrava immerso in tutti altri pensieri. Avevano appena trovato il titolo del progetto.
La prima volta che Carla, la coreografa, incontrò le ballerine capì subito che non avrebbe potuto lavorare se non avesse prima ricreato il gruppo. Si sedettero in cerchio. “Ok” disse Carla “ora ognuno di voi prova inventare storie su amicizie che sembrano impossibili”. Le ragazze si guardarono spaesate.
Prese coraggio Sofia: “Dunque … Igor ha 13 anni e ha dovuto cambiare città per colpa del lavoro dei suoi genitori. Odiava la nuova scuola. Nessuno gli parlava. Un giorno un gruppetto di ragazzi gli offrì la merenda. Era contento. Facevano sempre gruppo prendendo in giro tutti i giorni i due ragazzi secchioni della classe. Lui si sentiva accettato, ma a casa e non era contento. I voti cominciarono ad abbassarsi. Alla vigilia della verifica di matematica, ebbe paura. Uno dei due ragazzi secchioni allora gli disse: “Se hai bisogno, io ti posso aiutare.”. Lui capì che l’invidia è davvero una gran brutta bestia e che doveva avere il coraggio di conoscere le persone in modo diverso. Non solo riuscì a passare matematica, ma pian piano tutti diventarono amici.”
La settimana successiva Rebecca intervenne subito appena prese posto nel cerchio: “Posso raccontare una storia inventata? Forse ho capito a cosa vogliamo arrivare!”“Certo” risposero tutte.
Carla pensò che già aveva raggiunto un risultato: le ragazze si ascoltavano! “In aperta campagna c’era una casa disabitata, infestata da topi malvagi che pur di accaparrarsi il mangiare si sbranavano a vicenda. Il topo Riky, per paura scappò via alla ricerca di una nuova dimora. Appena trovò una villetta si fiondò al suo interno. Al suo arrivo vide Molly, una gatta impaurita e triste che tutti i giorni subiva maltrattamenti da due bambini perfidi.
All’inizio Riky rimase a guardare, perché in fondo Molly rimaneva pur sempre un gatto. Man mano che il tempo passava non potè più rimanere indifferente alla scena di queste due pesti che con un bastone infastidivano Molly, senza che lei riuscisse a reagire. Riky per compassione le portò un pezzo di formaggio poi si mise a rosicchiare la corda e liberò Molly. Se ne andarono via insieme e da quel giorno non si separarono più!” Le ragazze applaudirono la bella favola raccontata.
Carla pensò che fosse giunto il momento di cominciare a ballare. Scelse il brano.“Ascoltiamola” disse “penseremo poi insieme a come interpretarla”. Qualcosa stava incominciando a cambiare! Il gruppo degli scenografi era sicuramente tutto tranne che un gruppo. Fra aveva le idee chiare su cosa e come dipingere, così come Gianni era certo che non avrebbe fatto nulla per apparire o mettersi in mostra. Per Alby era una grande sfida lavorare con un gruppo di compagni non proprio amici, Matteo voleva dedicarsi alle musiche, ma il pensiero di lavorare tutti insieme proprio non gli andava. Eppure Angela, la pittrice, lanciò un’idea folle: un dipinto collettivo. Per poter dipingere insieme occorre lasciare perdere pregiudizi e pensare solo a creare. Mentre l’opera cominciava a prendere forma, i ragazzi parlavano tra di loro. David si lamentava di essere preso in giro, Matteo di non avere più sopportazione per nessuno, Alberto si divertiva a provocare, seppur per scherzo, gli altri.
Fra, temendo che i ragazzi potessero prendere una brutta piega, scrisse con la tempera rossa sul muro: “BE TOGETHER, NOT THE SAME”. Alberto annuì subito: “Siamo degli stupidi! Ora dobbiamo ricominciare daccapo, anche se non siamo i migliori amici possiamo collaborare per fare uscire da questo laboratorio la nostra opera d’arte!”
Gli attori intanto avevano continuato a scrivere la loro sceneggiatura insieme a Sissi e Nico: ognuno di loro aveva visto in quei 6 mesi i propri compagni in modo diverso. Miriam disse che l’aviatore era ognuno di loro. Avevano capito, come lui, che la centralità della propria vita è l’altro: un dono, senza cui non si può crescere.
Così affidarono proprio all’aviatore la frase finale dello spettacolo: “Tutto è cambiato: l’eternità è la verità delle cose. Ora vedo e ascolto gli altri, mi arricchirò della loro diversità e ogni tanto guarderò il cielo blu, ridendo con le stelle!”

2C Istituto Franceschini Milano

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