17 gennaio 2021
II DOMENICA DOPO L’EPIFANIA (B)
Giovanni 2,1-11

Riflessione a cura di don Erminio Villa.

1. Il primo dei “segni”

Il rito ambrosiano pone le nozze di Cana come uno dei tre “chiari segni salvifici”, dopo la stella dei magi e lo Spirito che scende su Gesù al Battesimo. Per un piccolo segno, si dice: egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Con tutte le situazioni tragiche, le morti e le croci d’Israele, Gesù dà inizio alla sua missione quasi giocando con l’acqua e il vino. Schiavi e lebbrosi gridavano la loro disperazione e lui inizia non da loro, ma da una festa di nozze per dire il volto nuovo di Dio, un Dio che viene come festa. A lungo abbiamo pensato che Dio non amasse troppo le feste degli uomini. 

Dice un filosofo: «I cristiani hanno dato il nome di Dio a cose che li costringono a soffrire!». Nel dolore Dio ci accompagna, ma non porta dolore. Lui benedice la vita, gode della gioia degli uomini, la approva, la apprezza, se ne prende cura. «Dobbiamo amare e trovare Dio precisamente nella nostra vita e nel bene che ci dà» (Bonhoeffer) Trovarlo e ringraziarlo nella nostra felicità terrena. Se le nozze sono il luogo dove l’amore celebra la sua festa, è lì che Gesù pone il primo dei segni: il segnale da seguire nelle strade della vita è l’amore, forza capace di riempire di miracoli la terra.

2. L’“ora” di Gesù

Gesù dice alla madre sua: Non è giunta la mia ora. L’ora di Gesù è l’ora della croce salvifica. Maria insiste. Ella ha percepito che la missione di Gesù già da ora è salvifica e l’“ora” è qualcosa di ampio che porta già frutto. La sua insistenza ci fa capire che con la presenza di Gesù siamo già entrati nel tempo della luce e della vita. Ed è proprio l’ora di Gesù che comincia a fondare la gioia degli uomini. Quella gioia che lasciata nelle mani di noi uomini finisce con l’appassire (la mancanza del vino è simbolo della mancanza di amore e di ogni altro bene), mentre Gesù la vuole restaurare nella sua pienezza. 

D’altra parte, è lui che ci ha dato la vocazione alla gioia. Infatti la preoccupazione di tutta la missione di Gesù è quella di farci entrare nella gioia piena. Il cristianesimo diventa povera cosa quando si dimentica che all’origine di tutto ci sta la grazia originale, il desiderio di Dio di condividere con noi la sua gioia. Il vino buono tratto dall’acqua è il segno di un rinnovamento di tutte le cose, di una nuova creazione, a cominciare dal cuore umano, che è la ricreazione più difficile da compiere. Bisogna accettare che Gesù, il creatore di ogni cosa, possa ricreare anche il nostro cuore e con esso, tutte le nostre relazioni, perché esse esprimano solo prossimità d’amore. La nostra vocazione è quella di essere portatori di gioia, in ogni situazione in cui ci troviamo.

3. Quello che tocca a noi…

«E viene a mancare il vino». Il vino, in tutta la Bibbia, è simbolo di gioia e di amore, ma minacciati; la vita si trascina stancamente, occorre qualcosa di nuovo: Gesù stesso, volto d’amore di Dio. Il vino che viene a mancare è quel non-so-che che dà qualità alla vita, un non-so-che di energia, di passione, di entusiasmo, di salute che dia sapore e calore alle cose. Come uscirne? 

A due condizioni. «Qualunque cosa vi dica, fatela». Fate il suo Vangelo; rendetelo gesto e corpo; tutto il Vangelo, il consiglio amabile, il comando esigente, la consolazione, il rischio. E si riempiranno le anfore vuote della vita. «Riempite d’acqua le anfore». Solo acqua posso portare davanti al Signore, eppure la vuole tutta, fino all’orlo. E quando le sei anfore della mia umanità, dura come la pietra e povera come l’acqua, saranno offerte a Lui, colme di ciò che è umano e mio, sarà Lui a trasformare questa povera acqua nel migliore dei vini, immeritato e senza misura. A Cana, la situazione di povertà non è un ostacolo, ma un’opportunità per il Signore. Dio viene anche per me che non ho meriti; viene come festa, come gioia, come vino buono…


					

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