Ciò che si celebra in questo giorno di Ascensione non è un addio – e dunque una fine – ma un vero e proprio documento programmatico per la Chiesa tutta – dunque un nuovo inizio.

Luca crea un forte parallelismo tra la mattina di Pasqua e la sera di Ascensione. Due domande risuonano dalla bocca dei “due uomini in bianche vesti” (Lc 24,4; At 1,10): alle donne domandano “perché cercate tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,5b) e agli apostoli “uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” (At 1,11a). Sono due domande di senso, esistenziali: sia le donne la mattina di Pasqua, che i suoi sbagliano a rivolgere gli occhi. Guardano ciò che non devono; hanno un ritardo di vista. Spesso anche noi volgiamo lo sguardo in direzione sbagliata: ci fissiamo sulla morte, senza accorgerci della Vita; alziamo lo sguardo verso un orizzonte che sembra essere senza senso, senza vedere la Via.

Prima di distaccarsi e di ritornare dal Padre, però, Gesù informa i suoi riguardo a questo nuovo inizio: “io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49). Il mistero dell’Ascensione è comprensibile solo in questa tensione di compimento della promessa definitiva: quella dello Spirito. La fede è incompleta se rimane ferma al sepolcro vuoto o al cielo; ciò porterebbe ad una mera e umana nostalgia.

L’Ascensione di Gesù inaugura il tempo della Chiesa nel mondo, nella storia, battezzata dallo Spirito. Avviene quanto aveva già preannunciato ai suoi: “è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito” (Gv 16,7a). E’ addirittura conveniente che Egli ritorni al Padre finché porti a compimento la Sua opera.

Asceso in alto, ha portato con sé i prigionieri, ha distribuito doni agli uomini” (Ef 4,8) sintetizza mirabilmente Paolo. Il dono che Egli fa, staccandosi dai suoi – solo corporalmente – è lo Spirito: “a ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo” (Ef 4,7). Lo Spirito è in grado di esaltare le qualità del singolo, individuali, allo scopo, però, di “edificare il corpo di Cristo” (Ef 4,12b). Lo Spirito Santo – è questo, in fondo, il miracolo di Pentecoste – è in grado di creare l’unità – non l’uniformità – attraverso la pluriformità, la differenza manifestata dai carismi. La Chiesa, poiché pneumatica, è il luogo della “diversità riconciliata” (Francesco).

Il Figlio che ritorna al Padre diviene “pienezza di tutte le cose” (Ef 4,10b), cioè è costituito definitivamente Signore di tutto. Gesù esce dalla storia presente e finita – ora Lui che è il Risorto – per divenire Signore del tempo e dello spazio.

Questo distacco, apparente, riempie i suoi di una “grande gioia” (Lc 24,52b). “Alzate le mani, li benedisse” (Lc 24,50b): è questo il saluto (pen)ultimo di Gesù. “Gesù parte benedicendo. Benedicendo se ne va e nella benedizione Egli rimane. Le sue mani restano stese su questo mondo. Le mani benedicenti di Cristo sono come un tetto che ci protegge. Nel gesto delle mani benedicenti si esprime il rapporto duraturo di Gesù con i suoi discepoli, con il mondo. Nell’andarsene Egli viene per sollevarci al di sopra di noi stessi ed aprire il mondo a Dio” (Gesù di Nazaret, Benedetto XVI). Ora i suoi sono consapevoli di una presenza nuova, duratura, tesa però al grande ritorno: “questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1,11b). L’intera esistenza cristiana è un attendere e anticipare questa seconda venuta – che andrebbe più spesso predicata – che sarà la definitiva. Il cristiano sa che, un giorno, Gesù tornerà e sarà, finalmente, per sempre. La fede, dunque, è tensione a questa attesa. Ma nel frattempo che fare?

E’ Gesù stesso a dettare il programma pastorale per la Chiesa: “non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,7-8). La Chiesa vive l’attesa nella continua effusione di Spirito che La rende testimone nel mondo senza preoccupazione alcune delle cose effimere.

I suoi ritornano a Gerusalemme, “nella stanza al piano superiore” (At 1,13a) cioè nel Cenacolo ad attendere, in veglia, la promessa definitiva. In questi giorni sacri, in questa novena voluta dallo stesso Signore, ritorniamo al Cenacolo affinché lo Spirito torni a noi. Ritorniamo al Cenacolo per essere rivestiti della potenza dello Spirito, per acquisire il giusto sguardo sulla realtà. Ogni qualvolta che ci fermiamo a contemplare il sepolcro o il cielo, tra angoscia e nostalgia, abbiamo bisogno di entrare nuovamente nel Cenacolo ed essere battezzati in Spirito Santo. In fondo, questa, è l’unica cosa che ci chiede Gesù!

Alessandro

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