Non sono solito citare canzoni ma il titolo per questa riflessione lo voglio trovare proprio nel titolo di un testo di Tiziano Ferro. E’ un’affermazione che – non so se consapevolmente o meno – richiama quella fatta da Gesù nel Vangelo di questa domenica: “Il Padre vostro fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni” (Mt 5,45a).

I brani di questa domenica, seconda dopo Pentecoste, hanno come fondamento l’uomo e l’umanità. Se è ad una domanda che la liturgia odierna vuole rispondere, questa sarebbe: cosa davvero è (l’)umano?

Il libro sapienziale del Siracide causticamente asserisce: “Il Signore creò l’uomo dalla terra e ad essa di nuovo lo fece tornare” (Sir 17,1). La condizione umana è terrena, profondamente legata al suolo. Dentro di noi rimane quell’antico legame con il fango. Eppure “la gloria di Dio è l’uomo vivente” (Ireneo di Lione)! L’uomo è, tra tutte le creature, l’unica nella quale Dio si compiace per ciò che ha fatto. L’uomo è la più alta tra tutte le creature: “dando loro potere. Li rivestì di una forza pari alla sua e a sua immagine li formò” (Sir 17,2b-3). Dio crea l’uomo come essere relazione con il quale rapportarsi, differentemente da tutte le altre creature. Sbaglia chi crede di dare la stessa dignità agli animali. Purtroppo viviamo in un tempo bizzarro nel quale viene animalizzato l’umano e vengono umanizzati gli animali. L’uomo riceve, quale vocazione primaria, quella di co-presiedere con Dio all’opera di Creazione. L’uomo è creato per cooperare con Dio; è responsabile insieme a Lui. E’ a questo scopo che all’umano Dio dona “scienza e intelligenza e mostrò loro sia il bene che il male” (Sir 17,7). L’uomo è l’unica creatura ad avere il raziocinio, il discernimento e dunque la libertà. L’uomo, differentemente dalla bestia, non vive di istinto ma di ragione. L’umano dunque è la filigrana della Creazione; l’uomo è il segno/sacramento più evidente di Dio.

Paolo richiama però il rischio – peccato – di ogni umana esistenza: “hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile; hanno scambiato la verità di Dio con la menzogna” (Rm 1,23.25). L’umano se crede di fare a meno di Dio si perde, si abbandona a sé stesso. Se, infatti, la libertà della quale dispone è vissuta come “forzata” o “vigilata”, l’uomo vive da schiavo. La pagina iniziale della Lettera ai Romani pare, incredibilmente, quanto mai attuale. Per Paolo è chiaro quale sia l’allontanamento dal Creatore: abbandono “all’impurità secondo i desideri del cuore, tanto da disonorare fra loro i propri corpi” (Rm 1,24), abbandono “a passioni infami” (Rm 1,26a) e abbandono “alla loro intelligenza depravata” (Rm 1,28b). L’uomo solo non basta, è imperfetto. L’uomo, solo, distrugge il piano di Dio, gli altri e sé stesso.

Senza polemica alcuna, occorre a questo punto soffermarsi su due versetti che la liturgia, per mancanza di coraggio, ha preferito recidere poiché non politically correct: “le loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura. Similmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento” (Rm 1,26-27). Non voglio (s)cadere in moralismi inutili o in giudizi affrettati. Ma, nella logica divina, il rapporto innaturale tra persone di egual sesso avvilisce la Creazione e l’umanità stessa. Spero, a questo punto, che gli oppositori non mi tacciano – come sono soliti fare – di semplice e gratuita accusa di omofobia – che è più mito che realtà.

Paolo stila un lungo elenco di “azioni indegne” (Rm 1,28b), conseguenze a questi tre abbandoni dell’uomo: “sono colmi di ogni ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia” (Rm 1,29-31). Pare leggere una pagina di cronaca di tutti i giorni! E qui si comprende anche il perché l’uomo è in grado di abbassarsi a tanto. Esso è il manifesto del disumano. Lontano da Dio l’umanità perisce e scade nel dis-umano, nel trans-umano o nel tecno-umano.

Nel meraviglioso discorso della montagna è Gesù a indicare la vera misura dell’uomo: “voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Questa perfezione non è puro ideale ma tensione vitale alla quale anelare. La perfezione del Padre da imitare è sintetizzata dal Siracide: “a ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo” (Sir 17,14b), prossimo “che è il superlativo di vicino, il vicinissimo, che sbanda, pena, cade un metro avanti a te. Di lui sei responsabile di amore” (Erri De Luca). E’ ciò che fa Dio con noi, con ciascuno di noi: si prende cura perché amante. Gesù ci presenta l’opera giusta del Padre: “egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,45). Il suo amore non è preferenziale o meritocratico; Egli è Dio con tutti, per tutti.

Vorrei ricordassi tra i drammi più brutti che il sole esiste per tutti” (Tiziano Ferro).

Alessandro

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