Quella che ci viene proposta dalla Parola di Dio in questa domenica è una vera e propria lezione di storia. O forse sarebbe più corretto parlare di “teologia della storia”: siamo cioè di fronte ad una rilettura della storia umana alla luce della fede, con gli occhi della fede.

La prima lettura ci racconta in effetti un fatto storico: l’assedio e la conseguente distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio ad opera delle truppe del re babilonese Nabucodonosor, avvenuta nel 586 a.C.
A nulla erano serviti i richiami dei profeti, a nulla era servito l’esempio del regno del nord, del regno di Israele, conquistato dagli assiri nel 721 a.C., cui si riferisce il salmo 78 che abbiamo proclamato come salmo responsoriale.
Gli abitanti di Giuda e di Gerusalemme continuarono nella loro condotta sconsiderata, si ostinarono nel loro peccato.
E nemmeno all’epoca di Gesù le cose sembrano essere tanto diverse, come abbiamo sentito:
«Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è lasciata a voi deserta!» (Mt 23,37-38). E volgendo lo sguardo al tempio, ricostruito dopo il ritorno dall’esilio babilonese, Gesù preannuncia ciò a tutti gli effetti accadrà nel 70 d.C. ad opera dei romani:
«In verità io vi dico: non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sarà distrutta» (Mt 24,2).

Insomma, a giudicare da questi brani, sembra proprio che noi esseri umani facciamo fatica ad imparare dagli errori del passato,sembra che per noi la storia non sia affatto “maestra di vita”.

Credo che sia proprio questo il punto su cui la liturgia di oggi voglia farci un po’ riflettere. E alla luce di ciò che sta capitando in questo preciso momento storico credo che sia quanto mai attuale e urgente provare a chiederci non solo quali siano le ragioni e le cause della attuale situazione storica, di chi sia la colpa, di chi le responsabilità. Da cristiani credo che ci sia chiesto di provare a capire come abitare questo preciso periodo storico, questo nostro tempo, per cercare di trasformarlo in qualcosa di positivo. Fare della nostra storia non solo un semplice susseguirsi di fatti e avvenimenti più o meno belli, non un semplice scorrere del tempo (cronos), ma rendere ogni istante, ogni avvenimento, ogni situazione occasione propizia, tempo favorevole (il kayros dei greci).

Provo allora a raccogliere qualche semplice suggerimento, a partire innanzitutto dal salmo 78, che vi suggerisco di riprendere con calma a casa e di rileggere per intero.
Si tratta di una specie di memoriale contro degli smemorati.
Una prima indicazione offerta dal testo che vale la pena ritenere è questa: dimenticare è un delitto ed è fonte di nuovi delitti, l’unico rimedio è il ricordare, il raccontare. Anche qui però dobbiamo essere precisi: non basta il semplice ricordo psicologico, l’autore del salmo sembra esigere un ricordo capace di penetrare nel senso ultimo delle cose per trarne indicazioni e conseguenze per la vita presente. C’è infatti il rischio che il ricordo sia non autentico, che al ricordo segua il tentare Dio, il ribellarsi a lui, il non osservare i suoi insegnamenti.
Questo è il vero peccato commesso da Israele: il non fidarsi di Dio, dopo tutto ciò che hanno sperimentato e, di conseguenza, il continuo metterlo alla prova.
Questo è l’invito che risuona forte nel salmo: più importante di ogni vuota conoscenza, più importante dell’osservanza di norme e precetti è la relazione personale con Dio, la capacità di rinnovare ogni giorno e in ogni circostanza la nostra fiducia nella sua presenza attenta e premurosa.
«Fu per loro un pastore dal cuore integro
e li guidò con mano intelligente» (Sal 78,72).

È l’immagine con cui si chiude il salmo. È il giudizio ultimo del credente sulla sua storia personale e sulla storia del suo popolo.
Se vogliamo, è il messaggio centrale di tutto il salmo, quello che nei versetti 38-39 del salmo è descritto così:

«Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore;
ricordava che essi sono di carne,
un soffio che va e non ritorna» (Sal 78,38-39).

Trovo in queste parole la risposta a un’obiezione, a una sorta di protesta silenziosa che a volte, lo confesso, sento montare nel cuore quando vedo e sento ciò che di male accade nel mondo: perché Dio non interviene? Perché se ne sta lì a guardare senza fare nulla?

Il salmo ci ricorda che Dio conosce la fragilità dell’uomo e ne tiene conto, è disposto a frenarsi e a desistere dall’ira. Questo consente alla storia dell’umanità di procedere, di continuare: la nostra storia procede solo perché possiamo fare conto della misericordia di Dio con noi.
Ce lo ricordava anche san Paolo nella seconda lettura. Anzi, san Paolo rincara la dose perché ci smaschera: ci lamentiamo del male che c’è nel mondo però non disdegniamo nel nostro piccolo di apportare anche il nostro contributo alla causa del male. Dice san Paolo scrivendo ai romani:
«Eppure noi sappiamo che il giudizio di Dio contro quelli che commettono tali cose è secondo verità. 3Tu che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, pensi forse di sfuggire al giudizio di Dio? 4O disprezzi la ricchezza della sua bontà, della sua clemenza e della sua magnanimità, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione?».

Nella seconda lettera di Pietro ritroviamo lo stesso concetto espresso in modo forse un po’ più chiaro:
«Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi.[…] fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia. 15La magnanimità del Signore nostro consideratela come salvezza».

Potrei riassumere con una frase di don Giussani che dava del “tempo”, del tempo della nostra vita, questa bella definizione:
«Il tempo ci è dato come amore alla nostra libertà e misericordia verso la nostra fragilità».

A noi abitare questo tempo in modo degno della nostra libertà e riconoscente della misericordia di Dio, vivendo ogni giorno e ogni situazione come occasione di conversione.

Don Andrea

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