Domenica delle Palme

28 marzo 2021
DOMENICA DELLE PALME (B)
Giovanni 11,55-12,11

Maria ha l’intuito immediato delle donne; lei negli occhi del suo amico legge perfino l’ombra di una solitudine di fronte a un morire di croce. E non è forse vero che, di lì a poco, il Rabbi suo amico parlerà della sepoltura, la sua sepoltura? Lei ci aveva pensato, da giorni aveva pensato a quel profumo costosissimo: si era industriata a recuperane, a tutti i costi, una quantità da capogiro, tale da inebriare persino le pareti della casa.

Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli“. Così in faccia a tutti! E pensare che a un rabbi non era consentito neppure avere donne al seguito! Qui, un’amica pubblicamente lo unge e lui ne sente i capelli asciugargli i piedi. 

2. La bruttezza di un commento maschile 

Bellezza e bruttezza a centimetri. A Gesù giungono voci di maschi, che proprio non sanno che cosa sia la tenerezza: altro non sanno fare che criticare la donna la quale, secondo loro, di quei soldi spesi per il profumo avrebbe dovuto fare un’offerta consistente per una organizzazione di solidarietà.

Gesù reagisce d’autorità: “Lasciatela fare!“. Come dicesse: “Voi avete l’arte, la brutta arte, quella di fermare, di congelare l’amore, di mettere misura all’immisurabile, all’amore. Ma che cosa mai potrete capire della Pasqua? Che cosa potrete capire di uno che farà spreco del suo amore, se non avete occhi per capire lo spreco di profumo, di una donna?”.

Ecco nella sala è come se fossero a confronto i discepoli maschi che discutono e condannano accanto a Maria e Gesù: tra costoro non ci sono parole, ma solo sguardi, gesti e silenzi. Per celebrare la Pasqua, per celebrare un amore assoluto, che più assoluto non c’è, perché ci sia profumo, bisogna dare spazio al femminile, alle donne. C’è un maschile di dominio che è cieco, sosta senza capire davanti all’inimmaginabile. Una religione, appiattita sui calcoli umani, sta nella sala e non capisce, non è sfiorata dal mistero.

3. Siamo un’unica grande famiglia

C’è da rompere il vaso che trattiene il profumo. C’è da rompere qualcosa anche nella nostra vita, se vogliamo che nella sala della chiesa e nella sala dell’umanità, ci sia profumo. Se non rompiamo questa mentalità mercantile, udremo parole religiose, ma sarà solo spettacolo… L’antitesi è tra volgarità e bellezza. Il femminile e la bellezza. Contro la retorica militaristica (“guerra al virus”, “stiamo in trincea”, “combattiamo per i nostri fratelli”, “armiamoci”…) dobbiamo ammettere che siamo in emergenza, noi italiani e con noi tutto il mondo. 

Pensiamo alla vita di tutti in termini di umanità, di relazioni familiari e amicali. Tutti, medici, infermieri, governati, coloro che portano la spesa nelle case, che puliscono le strade siamo la stessa famiglia da cui ciascuno si sente protetto e a cui vuole tantissimo bene. Una buona mamma e buon papà di famiglia non avrebbero neanche un istante di esitazione prima di buttarsi nel fuoco, così, come ciascuno a suo modo, tutti stanno cercando di fare. Ecco perché bisogna guardare e riconoscere la bellezza dei gesti di chi pensa e fa “insieme”.

Sono quei gesti che vanno visti e rinforzati se veramente vogliamo che le cose cambino in meglio. La bellezza di una giovane coppia che nel palazzo ha lasciato i propri nomi e numeri di cellulare per offrirsi di fare la spesa per gli abitanti più anziani; la bellezza di una giovane donna che chiede via WhatsApp di ospitare gli animali domestici delle persone ricoverate; la bellezza di una ostetrica che offre gratuitamente consigli a mamme o future mamme spaventate; la bellezza di un papa anziano che si inginocchia per noi nonostante il mal di schiena…

Ciascuno di noi nelle proprie case, nell’ambito delle proprie competenze, deve rinforzare la bellezza, mettendosi a disposizione dell’altro, qualsiasi sia il suo bisogno… Così ci sentiamo “famiglia allargata”, e restiamo immuni alle recriminazioni. Verrà dopo il momento di capire gli errori, non per individuare i colpevoli, ma per cercare di fare di meglio, creando una nuova maniera per collaborare.

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don Erminio

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