Ritornati gli apostoli inviati in missione “li prese con sé e si ritirò in disparte, verso una città chiamata Betsàida. Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure” (Lc 9,10b-11). Questo è l’incipit del miracolo narrato dal Vangelo questa domenica.

Tre verbi che segnano il mandato “misericordioso” e carismatico di Gesù così come lo ha proclamato in sinagoga all’inizio del suo ministero (cfr. Lc 4,19-19): accogliere, annunciare e guarire.

Esattamente come già letto nella liturgia di domenica scorsa, Gesù è attento al bisogno dell’altro: Egli è la risposta del Padre, la cura alle nostre tante malattie. Il bisogno ultimo e definitivo di compimento-di-sé, che accomuna ogni fratello uomo, può essere soddisfatto solamente in Lui.

E se domenica scorsa il bisogno era quello di venire dissetati, questa domenica il bisogno è essere sfamati. Gesù è “operatore di misericordia” e ne diviene archetipo sulla terra: Dio diviene come noi per ricordarci come vivere da uomini veri.

Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne” (Es 16,2): hanno fame. Colpa del popolo è di dimenticare presto la promessa-alleanza del nuovo per rifugiarsi nell’antico. E’ l’indole umana: sicurezza del già-visto e sospetto verso il nuovo-non-ancora.

Così Dio promette: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi” (Es 16,4a); “al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine e granulosa” (Es 16,13b-14).

Man hù” (“che cos’è?” Es 16,15) è il grido stupito del popolo. La manna è intrisa di desiderio umano. “Che cos’è?” è la domanda stabile nel cuore dell’uomo di fronte alle cose di Dio.

Questo “pane del cielo” (Sal 105,40b) vige di una regola pedagogica per il popolo: “Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne” (Es 16,16a). Questa logica divina richiama alla responsabilità umana: ciascuno doveva raccogliere la quantità che era in grado di mangiare. Fare il furbo riempiendosi le tasche significava ritrovarsele, la mattina dopo, piene di vermi. La misura è il giorno, “ogni giorno la razione di un giorno” (Es 16,4b) tranne per il giorno santo del riposo, il sabato, in cui era permesso prenderne “il doppio” (Es 16,5b).

Dicono che Dio in matematica non sia bravo: sa contare fino ad uno. La logica quotidiana della manna serve a educare il popolo all’uno. Ogni giorno gli israeliti attendono questa manna. E’ vietato fare scorte perché il rischio è quello di credere di poter fare scorta di Dio. La pedagogia al quotidiano aiuta il popolo a mantenere viva l’alleanza. La manna è frutto del gioco tra bisogno e desiderio.

Ed è manna anche quella praticata da Gesù a Betsàida. Mi piace infatti pensare che il giorno in cui Gesù moltiplica i pani fosse proprio di sabato. Gesù è il nuovo che riempie di senso – di amore – le giornate, il quotidiano delle persone.

L’amore è questa incomprensibile energia per la quale più se ne spende, più se ne riproduce nelle fibre. Al contrario, chi lo risparmia lo spreca, se lo ritrova inutile e marcito. L’amore è fatto della stessa materia della manna, che va consumata, intera nel medesimo giorno di raccolta. Se lasciata avanzare, ci salivano i vermi” (Erri De Luca).

Ma ora abilita anche i suoi a farsi portatori di manna: “voi stessi date loro da mangiare” (Lc 9,13a). I cristiani, proprio perché di Cristo, devono – non possono! – essere dispensatori di manna tra le folle. I suoi si preoccupano senza vedere al-di-là: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente” (Lc 9,13b).

Sarà Paolo, riprendendo proprio la logica della manna per giustificare la pratica – evangelica – della colletta, a dire che “se infatti c’è la buona volontà, essa riesce gradita secondo quello che uno possiede e non secondo quello che non possiede” (2Cor 8,12).

Voi stessi date loro da mangiare” (Lc 9,13a) comandato da Gesù è la “prova della sincerità del vostro amore con la premura verso gli altri” (2Cor 8,8b). E’ il richiamo della libertà dei suoi nell’opera sua di partecipazione. Essere abilitati a sfamare le folle è possibile solo se veniamo risvegliati dal nostro cieco egoismo. La risposta dei suoi suona come polemica: dobbiamo noi comprare cibo per tutti questi?!

Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati” (Lc 9,16-17a). Gesù, il nato a Betlemme (“la casa del pane”), sfama il bisogno della folla. Tutti vennero sfamati, neppure uno tornò a casa con lo stomaco vuoto portando con sé anche il di-più che non va buttato: l’avanzo non è mai superfluo ma dono non accolto.

Infine nella logica della manna soggiace un’ideale che ha ripercussioni anche nel sociale: “vi sia uguaglianza” (2Cor 8,13b.14b). Il richiamo all’uguaglianza è richiamo alla giustizia: tutti vennero sfamati secondo il bisogno di ciascuno.

Se la legge della manna diventasse criterio sociale, verrebbe sfamata la fame di giustizia che ancora in molti reclamano. La vera unità si fonda sull’uguaglianza nel rispetto del bisogno di ciascuno – e non sull’uniformità.

Noi stessi diamo loro da mangiare!

Alessandro

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