3 gennaio 2021
DOMENICA DOPO L’OTTAVA DEL NATALE (B)
Luca 4,14-22

Riflessione a cura di don Erminio Villa.

1. Luca ci racconta la scena delle origini, da stampare nel cuore

Lo fa quasi al rallentatore, per farci comprendere l’estrema importanza di questo momento. «Gesù arrotola il volume, lo consegna, si siede. Tutti gli occhi sono fissi su di lui». Risuonano le sue prime parole ufficiali: «Oggi la parola di Isaia diventa carne»: si chiudono i libri e si apre la vita: dalla carta scritta al respiro vivo; dall’antico profeta a un rabbi che non impone, ma toglie i pesi, non dà precetti, ma libertà.

L’umanità è tutta in quattro aggettivi: povera, prigioniera, cieca, oppressa. Sono i quattro nomi dell’uomo. Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo. Con quattro obiettivi: portare gioia, libertà, occhi nuovi, liberazione. E poi con un quinto perché spalanca il cielo, delinea uno dei tratti più belli del volto di Dio: «proclamare l’anno di grazia del Signore», un anno, un secolo, mille anni, una storia intera fatta solo di benevolenza, perché Dio non solo è buono, ma esclusivamente buono.

I primi destinatari sono i poveri. Sono loro i principi del Regno, e Dio sta al loro fianco. È importante: nel Vangelo ricorre più spesso la parola poveri, che non la parola peccatori. La Buona Notizia non è una morale più esigente o più elastica, ma Dio che si china come madre sul figlio che soffre, come ricchezza per il povero, come occhi per il cieco, come libertà da tutte le prigioni, come incremento d’umano. 

2. Dio non mette come scopo della storia se stesso, ma l’uomo.

Il Regno che Gesù annuncia non è un Dio che riprende il potere su una umanità ribelle e la riconduce all’ubbidienza, per essere servito, ma il Regno è un uomo gioioso, libero da maschere e da paure, dall’occhio luminoso e penetrante, incamminato nel sole. 

Un sublime capovolgimento. Dio dimentica se stesso, non di sé si ricorda, ma di noi: non offre libertà in cambio di ossequio, ama per primo, ama in perdita, ama senza contraccambio. La parola chiave del programma di Gesù è libertà, ripetuta due volte. Come mi libera Cristo?

«Cristo è dentro di me come una energia implacabile, fintanto che tutto il nostro essere non diventa luminoso; dentro di me come germe in via di raggiungere la maturazione; come un sogno di pienezza di vita, indomabile e attivo, come un desiderio di libertà» (Vannucci); come un lievito mite e possente che trasforma il mio pianto in danza, il mio sacco in veste di gioia.

3. Anche oggi ci sono i poveri, gli sfruttati, i prigionieri.

In una misura ancora superiore al passato, nonostante il cosiddetto “progresso” delle nostre società: Gesù è messia anche oggi, anche oggi è l’atteso dalle genti, anche se – purtroppo – molti non ne sono consapevoli. I cristiani che conoscono l’amore di Dio, comprendono di avere la vocazione di essere ministri di questo amore e artefici della liberazione dei più deboli.

Tale compito si deve svolgere alla stessa maniera, con lo stesso metodo di Gesù: parole e azioni. Parola per denunciare il male e annunciare l’amore di Dio. Azioni, perché l’agire di Gesù, che sulla croce ha donato se stesso, si rinnovi nel servizio concreto che i cristiani rendono ai fratelli. 

La fraternità con gli uomini, la ricerca di una giustizia sempre più vera che lenisca i dolori dei poveri, non sono atteggiamenti facoltativi per noi. Purtroppo non mancano quelli che pensano che la comunità cristiana non debba occuparsi di problemi sociali, di politica, di giustizia. Queste persone sbagliano, perché confinano la fede in un ambito privato. Una fede che si disinteressa della sofferenza degli ultimi, non corrisponde a quella desiderata da Gesù. 

La messa domenicale deve sempre rinnovarci nelle nostre convinzioni di giustizia e solidarietà, in modo che vediamo le cose come le vede Dio e non restiamo con le mani in mano.

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