Agnus Dei | San Vitale, Ravenna

26 aprile 2020 
III DOMENICA DI PASQUA (A)
Giovanni 1, 29-34

Riflessione a cura di don Erminio Villa

1. Un’immagine inattesa di Dio

Giovanni presenta Gesù come l’agnello di Dio; non più il Dio che chiede sacrifici, ma che si sacrifica: identificandosi con la vittima sacrificale, è del tutto rivoluzionato il volto di Dio: il Signore non pretende la tua vita, offre la sua; non spezza nessuno, spezza se stesso; non prende niente da nessuno, dona tutto per amore. E sarà così per tutto il Vangelo: un agnello invece di un leone; una chioccia invece di un’aquila; un bambino modello del Regno; una piccola gemma di fico, un pizzico di lievito, i due spiccioli di una vedova, il Dio che a Natale non solo si è fatto come noi, ma piccolo tra noi.

La preparazione di Giovanni il Battista, nel gruppo degli esseni, ha maturato una spiritualità che lo ha portato a collegare insieme vari richiami a questa immagine di Cristo: il sangue dell’agnello, sugli stipiti delle porte, salvò dall’eccidio dell’angelo sterminatore; l’agnello che veniva ucciso nel tempio esprimeva l’espiazione del popolo peccatore e fedele; l’agnello condotto al macello “prende su di sé i peccati del mondo”, come ricorda Isaia (53,7-12).

Ma Giovanni, probabilmente, collega questa immagine, alla luce di Gesù sulla croce, anche con il sacrificio di Abramo che stava per compiere sul figlio Isacco, deciso di voler offrire a Dio, come testimonianza totale, la propria fedeltà. E all’ultimo momento un agnello sostituisce Isacco. Giovanni ci fa notare che Gesù muore sulla croce nel pomeriggio, alla vigilia di Pasqua, 

2. L’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo

Nell’agnello che ha ancora bisogno della madre e si affida al pastore, vediamo l’immagine di un Dio che non si impone, ma si propone; e non può né vuole spaventare nessuno. Un agnello non fa paura perché non ha potere, è inerme; per questo rappresenta il Dio mite e umile (se ti incute paura, allora vuol dire che non è il Dio vero).

Eppure toglie il peccato del mondo. Il peccato, al singolare, non i mille gesti sbagliati con cui continuamente laceriamo il tessuto del mondo e ne sfilacciamo la bellezza. Ma il peccato profondo, la radice malata che inquina tutto. Non i singoli atti sbagliati che continueranno a ferirci, ma una condizione, una struttura profonda della cultura umana, fatta di violenza e di accecamento, una logica distruttiva, di morte. In una parola: il disamore, che è indifferenza, violenza, menzogna, chiusure, fratture, vite spente…

Gesù viene come il guaritore del disamore. E lo fa non con minacce e castighi, non da una posizione di forza con ingiunzioni e comandi, ma con quella che Papa Francesco chiama «la rivoluzione della tenerezza». Una sfida a viso aperto alla violenza e alla sua logica. Il verbo non è al futuro, come una speranza. Non è al passato, come un evento finito e concluso, ma al presente: adesso continuamente, instancabilmente, ineluttabilmente toglie via, se solo lo accogli in te, tutte le ombre che invecchiano il cuore e fanno soffrire te e gli altri.

3. Il dono di Dio fa rifiorire la vita

La salvezza è dilatazione della vita: il peccato è, all’opposto, atrofia del vivere. Di conseguenza non c’è più posto per nessuno nel cuore: per i fratelli… per Dio… per i poveri… per i sogni… A chiusura della parabola del Buon Samaritano, Gesù dirà: “Fai questo e avrai la vita”. Vuoi vivere davvero, una vita più vera e bella? Produci amore, immettilo nel mondo, fallo scorrere… E diventerai anche tu guaritore della vita. Lo diventerai seguendo l’agnello (Ap 14,4). 

Se ci mettiamo in un’ottica sacrificale, il cristianesimo diventa immolazione, diminuzione, sofferenza. Ma se capiamo che la vera imitazione di Gesù è amare quelli che lui amava, desiderare ciò che lui desiderava, rifiutare ciò che lui rifiutava e toccare quelli che lui toccava, e come lui li toccava, con la sua delicatezza, concretezza, amorevolezza e non avere paura, e non fare paura, e liberare dalla paura, allora sì lo seguiamo davvero, impegnati con lui a togliere via il peccato del mondo, a togliere respiro e terreno al male, ad opporci alla logica sbagliata del mondo, a guarirlo dal disamore che intristisce, ad essere solari e fiduciosi nella vita, negli uomini e in Dio. Perché la strada dell’agnello è la strada della felicità.

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