Tutte le volte che mi imbatto nei racconti della Risurrezione di Gesù resto colpito dalla
sconvolgente semplicità con cui viene narrato questo fatto così straordinario. Anzi, mi correggo
subito. Mi sorprende il modo in cui non viene narrato il fatto della risurrezione: non
trovate in nessuno dei vangeli una descrizione di come Gesù è stato risuscitato. Probabilmente
perché nessuno era presente nel momento preciso in cui il fatto è avvenuto, o forse
perché Gesù stesso non ne ha mai fatto parola con nessuno, neppure con i suoi.
Qualunque sia la ragione, una cosa è certa: quando le donne e i discepoli hanno cominciato
a parlare della risurrezione di Gesù si è capito subito che al centro dei loro discorsi e
dei loro ragionamenti non c’era la curiosità morbosa di ricostruire minuziosamente l’evento
in sé, quanto piuttosto due desideri chiari precisi: il desiderio di rivedere il Maestro, di scoprire
che no, lui non ha mentito, non ha tradito la loro fiducia, non li ha abbandonati, ed è
tornato; e unito a questo, il desiderio di scoprire, e di far scoprire, il senso che quel fatto
poteva avere, e di fatto aveva, per ciascuno di loro, per la loro vita, per il loro futuro e per
quello delle persone cui questo annuncio veniva portato.
È racchiuso qui il senso dell’esperienza vissuta da Maria di Magdala quel mattino di Pasqua;
esperienza che lei riassume così: «Ho visto il Signore ed ecco tutto quello che mi ha
detto».
Da questo versetto nascono in me due riflessioni.
La prima, lo ammetto, non è mia ma di un’amica, una mamma, cui ho sottoposto la mia
omelia per avere un parere, come mi capita di fare spesso. E lei mi ha risposto così:
“Sai cosa sento forte? Sento che una come Maddalena, donna innamorata del suo Signore,
prima di qualsiasi genere di implicazione esistenziale fosse folle di gioia perché poteva
di nuovo vederlo….istintivamente abbracciarlo ancora e ancora…se lui non lo avesse impedito
dicendole di aspettare. Considera questo! Il mio cuore di mamma non toglie il pensiero
da quelle figlie volate in cielo a Tarragona. Cosa pensi che desidereranno fino all’ultimo
respiro quelle madri: rivederle, riabbracciarle, carezzare quei visini e quei
capelli…cercando il loro profumo negli armadi, nei vestiti …
Dopo tanto amore sapere che tutto questo accadrà! Questa è la gioia della resurrezione.
La Madonna lo sapeva. Non si può vedere un figlio soffrire così, non è umano, non è sopportabile.
Ma dopo il silenzio del sabato si è fatta strada in lei la certezza che lui non mentiva,
lo avrebbe riavuto, il suo figliolo. Doveva solo pazientare … Certezza e pazienza.
Questa è la mia Pasqua”.
Il secondo pensiero che voglio condividere con voi nasce proprio da queste ultime parole: questa è
la mia Pasqua.
Sì, perché vedete, amici, oggi la Pasqua, per noi cristiani, rischia di avere più l’aspetto della
festa, della ricorrenza, dell’anniversario che di un fatto esistenziale. Pasqua è divenuta per
molti cristiani solo il ricordo di qualcosa che “fu”, di qualcosa che ha interessato Gesù, che
è risorto dai morti, ma che non ha nulla da dire alla mia esistenza; un fatto, o meglio, il ricordo
di un fatto che non riesce più a scalfire la mia vita di tutti i giorni, il mio presente,
così confuso e sempre più schiacciato dalla paura e dall’angoscia che il terrorismo, la crisi
economica e i vari problemi della vita vanno seminando a piene mani.
Abbiamo fatto della Pasqua un avvenimento del passato che è bello ricordare per avere
un motivo per fare festa e per non pensare, almeno per un giorno, ai problemi della vita,
ma non riusciamo più a viverla come qualcosa che continua “a essere”, qualcosa che è…
Non crediamo più che noi, proprio noi stiamo risorgendo, qui e ora!

Anche quelli che, come me, “per professione” sono chiamati a parlare di questo mistero
corrono un grande rischio: quello di diventare esperti sulla Pasqua in sé, sul senso della
Pasqua, sul suo significato generale.
Corriamo insomma il rischio di imparare bene e alla perfezione la teoria, per poi trovarci in
seria difficoltà a rispondere, se interrogati, cosa sia la Pasqua per noi.
Ci troveremmo davvero in seria difficoltà, riusciremmo a balbettare solo mozziconi di risposta,
senza nemmeno essere troppo convinti di ciò che saremmo riusciti a dire.
Questo è il rischio grande che corriamo noi cristiani: presentare le esperienze della nostra
fede in modo troppo disincarnato, quasi asettico. Perché ci costa parlare della “nostra”
fede.
Scriveva qualche anno fa Juan Arias, teologo e giornalista spagnolo:
«Credo sinceramente che l’uomo di oggi abbia bisogno più che mai di arrivare alla fede
attraverso l’esperienza esistenziale del suo prossimo; e siccome lo sente come una necessità,
perché non pensare che è il cammino desiderato oggi dallo Spirito?».
Rileggendo la pagina di vangelo proclamata oggi, credo che sia proprio questo il messaggio
più vero e più bello che ci viene consegnato dall’evangelista Giovanni.
Maria di Magdala non annuncia ai discepoli “Cristo è risorto” ma “IO ho visto il risorto!”;
non dice “Questo è ciò che VI comanda”, ma “Questo è tutto ciò che MI ha detto”.
A guardar bene, Giovanni fa qualcosa di più: ci rivela anche il modo di agire di Gesù Risorto,
non solo con Maria, ma con ciascuno di noi.
Il Risorto non si fa riconoscere subito, ma soltanto con un segno o con una parola che
provoca un’apertura del cuore alla fede.
Nella pagina ascoltata oggi, Gesù Risorto chiama Maria per nome e lei, sentendosi chiamare
in quel modo, lo riconosce, si volta di scatto e lascia andare quel grido di gioia:
“Rabbunì!”, “Maestro mio!”.
Credo che Gesù in questa Pasqua ci sta lasciando un compito preciso, ci sta chiedendo di
fare, anche con qualche piccolo sforzo, una cosa particolare: ci chiede di riscoprire, di ricercare
quel segno, quella parola, quell’esperienza, quell’avvenimento in cui lo abbiamo
sentito e sperimentato vivo e presente nella nostra vita.
Gesù oggi ci chiede di ravvivare in noi il ricordo di quell’incontro o, se non è ancora avvenuto,
ci sprona a metterci nella condizione adatta per poterlo riconoscere quando accadrà…
perché sta gia accadendo, il Signore Risorto ti sta già chiamando per nome, qui e
ora.
Concludo citando ancora le parole di Arias:
«La Pasqua dovrebbe essere semplicemente il giorno in cui in modo speciale noi cristiani
gridiamo gli uni agli altri, e soprattutto gridiamo al mondo intero, la gioia che viene dalla
nostra certezza di risurrezione, la gioia del nostro amore rinnovato, la speranza del trionfo
definitivo della vita sulla morte. Perché Pasqua in realtà è ogni istante della nostra esistenza.
La nostra Pasqua è continua; la nostra Pasqua “è”»

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