Apostoli

12 dicembre 2021
V DI AVVENTO (C)
Giovanni 3,23-32

Riflessione a cura di don Erminio Villa

Nella discussione tra i discepoli di Giovanni e quelli di Gesù, a partire dal diverso Battesimo tra i due gruppi, c’era una profonda gelosia che, non dominata, poteva scadere facilmente nell’idolatria del maestro e nel fanatismo dell’appartenenza, che spesso appare ancora in certe espressioni religiose.

1. Dov’è finito l’insegnamento del maestro?

Giovanni Battista, in occasione della sua predicazione aveva imparato a puntare il dito verso Gesù: Lui era il messia che doveva venire. Qualche domanda critica se l’era pur posta riguardo a Gesù di Nazareth: sei tu colui che deve venire o ne dobbiamo aspettare un altro? (Mt 11,3).

La predicazione di Giovanni il Battista era diritta e precisa: per lui Gesù altri non poteva essere che la Parola vera a lungo annunciata dai profeti, mentre lui era semplicemente la voce. 

Lui era colui che stava predisponendo quella strada che poi il Messia avrebbe percorso, come condottiero vittorioso e salvatore del popolo di Israele.

La sostanza del grande messaggio del loro maestro i suoi discepoli l’avevano come dimenticata, sopraffatti da certi sentimenti di gelosia. Forse antichi risentimenti assopiti…

Erano più preoccupati di sé, che non della verità profonda che il loro maestro aveva insegnato. Così tutto s’era ridotto a una questione di audience, di indice di gradimento, come diremmo noi.

Una questione di numeri effettivi. Quanta tristezza quando a fronte del nostro diminuire, del venire meno dei numeri di una volta, ci prende la voglia di contarci ancora, senza capire cosa sta avvenendo davvero!

2. “Lui deve crescere, io diminuire”

Giovanni non si lascia distrarre. Sa stare al suo posto, senza tradire la sua più profonda vocazione. Senza lasciare margini all’incertezza, dirotta la questione sull’essenziale, andando alla radice: ‘né io vi ho mai detto d’essere il messia; né vengo dopo di Lui: perché sono stato piuttosto mandato davanti a Lui! Questo è sempre stato il mio compito, questa è sempre stata la mia vocazione’.

E conclude con un’espressione che dice il senso della sua esistenza, e anche l’essenza di qualsiasi discepolo del Signore: “Lui deve crescere; io, invece, diminuire”.

Un detto che forse si fatica ancora a praticare, a distanza di secoli. E se invece questa fosse la verità profonda del nostro essere, ancora oggi, discepoli del Signore? Se questo fosse per sempre nella storia il senso dell’essere chiesa? 

Chiamata a dire anzitutto Lui, senza voler primeggiare tra le istituzioni di questo mondo. Una chiesa che semplicemente diminuisce, per permettere che solo Lui ancora Si veda e Sia da tutti riconosciuto

Gesù non ha mai sognato una grande chiesa. Solo ha detto: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno” (Lc 12,32). Che cosa dobbiamo temere, sapendo che il Signore nostro sta per venire? 

3. L’amico dello sposo

Tra le molte espressioni usate da Giovanni per aiutare i suoi a ritrovare la via della verità delle cose c’è l’immagine dell’amico dello sposo, collegata subito a una gioia profonda.

Giovanni non sta certo sognando di organizzare il tempo della venuta del Messia. Con questa immagine, ripresa dai profeti antichi, sta solo alludendo alla bellezza e alla gioia che scaturisce dalla relazione con il Messia che sta per venire. 

Come la relazione intensa di un uomo con la sua donna; come la relazione sciolta che sola può scaturire dal dono dell’amicizia tra due persone. Come se tutto ciò che viene richiesto dentro le nostre organizzazioni ecclesiastiche, dipendesse solo… da un legame profondo: quella che propriamente scaturisce dal gusto di una relazione ritrovata. Anzitutto con Gesù, nostro Signore.

Se entro le nostre comunità non ritroviamo il gusto della relazione della quale Giovanni ci ha parlato, non proveremo mai la gioia. ‘Sei Tu Signore l’unica nostra gioia. Sei Tu Signore la nostra vera pace’.

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don Erminio

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