Qui siamo al limite della schizofrenia. Brano nettamente diviso in due parti, la prima con un Gesù deluso, umanamente molto vicino a noi  alle nostre reazioni quando qualcosa non va come pensavamo, quando restiamo delusi, quando le nostre aspirazioni o speranze non si realizzano.

La seconda parte dove il Maestro è quello che tutti si aspettano, quello che ha sempre la parola giusta, che dispensa consigli, che colma le distanze.

Due persone.

Anche noi molte volte abbiamo reazioni al limite della schizofrenia, anche in noi ogni tanto vi sono atteggiamenti completamente discordanti, momenti in cui siamo completamente preda dell’impulsività in cui facciamo o diciamo cose inaspettate. Qui Gesù ha una reazione molto improbabile se la prende in maniera esagerata con un povero fico che non ha nessuna colpa se non essere oggetto della Sua attenzione, delle Sue aspettative. Non ha nessuna colpa la povera pianta se non ha dei frutti visto che non è ancora la stagione giusta eppure si trova davanti ad un Gesù deluso quasi tradito nelle Sue aspettative che reagisce in maniera esagerata e lo condanna ad una fine definitiva. Faccio veramente fatica a ritrovare il Maestro in questo uomo che si scaglia con tutta la Sua forza su una povera pianta tanto da farla seccare fino alle radici. Faccio fatica ma penso a quante volte anche io sono arrivato al limite, spinto da aspettative solo mie che non potendo verificarsi mi hanno causato rabbia, frustrazione, dolore e quante volte anche il sottoscritto ha mandato al diavolo l’oggetto delle sue attenzioni solo perché non rispondeva proprio a queste. Un Dio dal volto veramente umano Gesù. Quante volte avrei voluto poter far seccare quelle piante antipatiche che non rispondevano ai miei desideri e quante volte dalla mia bocca sono uscite condanne perentorie e definitive. Ed è proprio lì che che ci riporta il Maestro quando il giorno dopo il saggio Pietro gli fa notare la misera fine della fine del dico.

Potere e parole.

Gesù riparte proprio da quel suo gesto al limite della follia per ricordare ai suoi discepoli e anche a noi la forza delle parole dettate dalle rabbia e dalla delusione. Ci ricorda che non possiamo permetterci da giocare con il fuoco, di non lasciarci vincere dall’impulsività perché le parole che proclamiamo sono sempre un estensione del divino che c’è in noi. L’uomo è l’unico essere che animato dallo Spirito del Padre possiede il linguaggio, quel dono simbolo del nostro retaggio divino che è in grado di benedire o maledire, che le parole sono dono grande che non deve essere abusato. Penso a quante volte distruggiamo con le parole la vita, l’immagine di fratelli colpevoli solo di non essere ciò che vorremmo fossero e questo indipendentemente dal fatto che magari quelle persone non sono ancora pronte, non sono nella stagione giusta. Ricordiamo che la preghiera passa proprio dalle parole, pronunciate o pensate, che la preghiera è dotata di forza propria, intensa, donata da colui che ci ha creato e che spesso noi usiamo nel modo meno giusto. Penso ai giudizi così facilmente espressi anche nelle nostre comunità che producono tagli, ferite, danni che poi sono difficilmente recuperabili e alle volte non lo sono proprio. Penso ai pettegolezzi spesso frutto di frustrazioni, penso alle bugie tese ad ingannare, penso alle maledizioni scagliate come frecce che ci trasformano in giustizieri da telefilm. Questo ci ricorda questo piccolo black-out del Maestro di fronte al povero fico.

Noi siamo ciò che diciamo, perché il dono che ci è stato fatto non ci vi ne revocato e questo è il più grande dono resoci dal Padre. Il poter parlare con Lui.

Claudio

 

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