La liturgia di questa domenica sembra contenere un filo trasparente: quello dell’acqua.
L’acqua, nella vicenda biblica, “bagna” moltissime scene, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. L’acqua ha un forte simbolismo: è vita, è purezza ma è anche caos, morte.
Una di queste scene viene ricordata dalla prima lettura di questa domenica: l’avvenimento presso le acque di Merìba (Nm 20,13).
“Mancava l’acqua per la comunità: ci fu un assembramento contro Mosè e contro Aronne” (Nm 20,2). Inizia così il racconto, con una necessità, un bisogno vitale che chiede di essere soddisfatto. Il bisogno innato di ogni esperienza umana, che in ultima istanza è desiderio di compimento, può essere appagato solamente in Dio.
Merìba che letteralmente significa “acque della contestazione” poichè “gli Israeliti litigarono con il Signore” (Nm 20,13).
L’acqua che scaturisce “in abbondanza” (Nm 20,11) dalla roccia è l’ennesimo segno della presenza di Dio in mezzo al popolo. Il bisogno viene soddisfatto. La sete è spenta. E dissetata doveva essere anche la contesa che invece rimane aperta e aspra. Il Salmo ammonisce: “Non indurite il cuore come a Merìba” (Sal 95,8). La contestazione, così come la fiducia, è questione di cuore.
Eppure quel popolo, quella generazione, fu testimone primo e principiale dell’alleanza stabilita sul Sinai. A-veva udito Dio legarsi indissolubilmente – come uno sposo – al suo popolo. Dio aveva giurato, eleggendo. Il popolo era testimone oculare delle grandi prodezze di Dio: i dieci segni mandati all’Egitto, il mare aperto in due, la manna, le quaglie,… Come è possibile dunque che il popolo entri in contesa? Al popolo mancava ancora qualcosa e l’alleanza scritta sulle due tavole di pietra, anche se necessaria, ancora non era compiuta.

Sempre con un bisogno inizia il racconto di questa terza epifania-manifestazione di Gesù: “non hanno vino” (Gv 2,3b). Ed è interessante che lo sfondo della vicenda sia una “festa di nozze” (Gv 2,1) in cui a rivelarsi, come nuovo sposo del popolo, è Gesù stesso. La festa, dunque, è doppia: viene sancito il patto tra quei due (di cui non conosciamo il nome) e viene sancito il nuovo patto, la nuova alleanza, che riprende la prima (stipulata al Sinai), tra Gesù, lo sposo, e il nuovo Israele.
A mancare, però, non è l’acqua bensì il vino, segno della gioia, della novità.
A simboleggiare ciò che sta per essere svelato vi erano là “sei anfore di pietra” (Gv 2,6a). Anfore dello stes-so materiale della tavole dell’alleanza. Sei, numero dell’imperfezione, come a dire che manca ancora qual-cosa. Gesù è venuto a portare la novità, il compimento definito e ultimo. L’acqua tramutata in vino non è solo folkloristico o accessorio ma è manifestazione della sua “gloria” (Gv 2,11b). Giovanni, nel raccontarci l’avvenimento del Verbo fattosi carne, è attento a sottolineare nella sua narrazione sette segni che, in esca-lation, manifestano la gloria del Figlio che avrà come suo apice la Croce e la Risurrezione.
Questo di Cana “fu l’inizio dei segni” (Gv 2,11a). Per Giovanni questo racconto funge da “identikit” di Gesù. Questa primo segno ci dice allora qualcosa che, nel corso del racconto giovanneo, diventa via via più evi-dente. L’evangelista inoltre sembra essere legato all’acqua; basti ricordare, solo per citarne alcuni, l’incontro con la Samaritana, oppure la promessa che Gesù farà nel giorno della festa o dall’acqua che scaturisce, con il sangue, dal costato aperto. L’acqua è simbolo dello Spirito anzi, “tre sono quelli che danno testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi” (1Gv 5,7-8) spiegherà lo stesso evangelista nella sua Prima Lettera.

A Cana Gesù mostra la sintesi di questa triplice concordia. L’acqua, tramutata in vino, richiama il sangue e lo Spirito. Gesù mostra così la settima anfora, quella del compimento: il cuore. E così si compie un’antica profezia: “vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi” (Ez 36,26-27a). Gesù inizia a manifestarsi dunque come il portatore di vita nuova, Lui lo Sposo che dona lo Spirito.
Quello Spirito di cui Paolo dice venire “in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26).
Noi siamo la settima anfora che Gesù viene a riempire “senza misura” (Gv 3,34b) poichè “la misura dell’amore è amare senza misura” (Agostino).

C’è una verità che Gesù è venuto a portare e che ancora poco predichiamo; è il suo desiderio, la sua pro-messa; una necessità: che tutti ricevano lo Spirito, che tutti facciano l’esperienza della vita nuova. Che tutti siano trasformati in vino gioioso per la Chiesa e per il mondo!

Alessandro

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