Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,19d) implora il Profeta, facendosi eco di quella drammatica lontananza da Dio nella quale molti uomini sono confinati. E’ implorazione legittima che affiora in superficie del nostro cuore. Questa ipotesi di immanenza – se – non ammette limiti: se Tu scendessi quante cose cambierebbero! Il povero non sarebbe più oltraggiato, la vedova non più umiliata, il mendicante non più deriso, il profugo non più escluso. Le guerre cesserebbero, le calamità naturali evitate, il male espatriato,…

C’è una lontananza da Dio che è drammatica: “È forse cessato per sempre il suo amore, è finita la sua promessa per sempre?” (Sal 77,9). Questo è tutto il dramma della vicenda umana: è tutto finito?

Questa lontananza, avverte il Profeta, è unilaterale: è l’uomo a starsene lontano, non Dio. E’ la creatura a dimenticarsi del Creatore. Eppure “Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani” (Is 64,7). Il dramma biblico narra di un Padre che, strenuamente, è alla ricerca dei figli. E’ un Padre che non si dà tregua finché non riesce a recuperare tutti, persino l’ultimo. Noi l’opera della Sue mani. Noi siamo l’opera di Dio; la più bella, la più dignitosa, la più degna.

Questa argilla tende però alla sovversione, al rinnegamento, all’auto-gestione. E’ argilla che tenta di svincolarsi dalle mani del vasaio; si ribella persino alla forma alla quale è destinata. Argilla impura che attenta all’opera di Chi la plasma, ecco ciò che siamo!

Risulta quasi ironica la domanda della folla accorsa “alla ricerca di Gesù” (Gv 6,24b) dopo il segno della moltiplicazione dei pani: “che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?” (Gv 6,28). L’opera non si riconosce più come tale. L’uomo non si riconosce più per ciò che egli realmente è, pensa di acquietare la coscienza con delle opere da compiere. L’uomo crede Dio ormai troppo lontano dalla propria vicenda; Lo vede in alto, nella trascendenza. Non vive più il legame di figliolanza che lo lega a Lui e si pensa suddito intimorito. Questa morale da schiavi induce a compiere delle azioni per accontentare Dio, per addomesticare la coscienza. La folla, titubante, vuole risposta da quell’Uomo che è in grado di moltiplicare il pane: cosa dobbiamo fare per accontentare Dio? Cosa fare perché Dio non si accenda d’ira? La folla è alla ricerca di mediocrità.

Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29) è la risposta sferzante di Gesù. A Dio interessa unicamente questo! A Lui interessa che il Figlio sia riconosciuto, sia creduto. Questo solo segna il passaggio dalla sudditanza alla figliolanza. La supplica di quell’invocazione primitiva – “se scendessi!” – trova ora la quiete. “Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,33).

Non si tratta più di qualcosa – la manna – che è “figura del tempo presente” (Eb 9,9a), destinata a lasciare il posto ad altro. Ora si parla di Qualcuno – “è colui che discende”. Quel Dio creduto lontano si svela ora; il vasaio decide di divenire come l’argilla per comprenderla e riabilitarla definitivamente. “Io sono il pane della vita” (Gv 6,35a). La distanza può così venire riassorbita, riavvicinata, ricucita. Non solo discende ma diviene Egli stesso nutrimento per la vita. E’ un pane che ci è necessario per la sopravvivenza, ci tiene in vita.

Ecco l’opera del Padre: mandare il Figlio quale nutrimento per il mondo. Egli nutre ogni dubbio, ogni lacuna, ogni ricerca. Egli è pane – sostanza – che nutre la mia vita. E’ caloria che produce in noi scintille di vita autentica. Diviene cibo per sfamare la vera fame del mondo: la fame di Dio. L’uomo nasce affamato sin dal seno di sua madre; la vita diviene ricerca estenuante del vero cibo in grado di soddisfarci.

Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri” (Eb 9,11a) quelli destinati a rimanere, a stabilizzarsi “una volta per sempre” (Eb 9,12a). Questo pane è destinato a rimanere; sarà spezzato, insanguinato, scarnificato, piagato, umiliato, sbriciolato ma rimarrà in grado di generare vita e vita eterna. E’ la Sua stessa carne, il Suo sangue, tutto Lui che si dona a noi. In questa sua donazione vi è la sua scelta libera di immolarsi e “in virtù del proprio sangue ottenendo così una redenzione eterna” (Eb 9,12b). Davvero “mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui” (Is 64,3).

Sembra di rileggere il capovolgimento di un mito greco: Saturno che divora, in una scena orribile e cruenta, i suoi figli. E’ un dio folle che, per paura di discendere e di perdere il suo potere, mangia addirittura i propri figli. Il nostro Dio, invece, è un Dio folle che, per amore dei suoi figli, diviene Egli stesso cibo che dona la vita in abbondanza: “Io sono il pane della vita” (Gv 6,35a).

Alessandro

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