ETHOS – missione 2.0

La Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste;

ha bisogno di fuoco nel cuore,

di parola sulle labbra,

di profezia nello sguardo.

(Paolo VI)

Abbiamo bisogno di uno sguardo convertito per parlare di missione. Ancora troppo lontana, troppo relegata ad una branchia di “esperti”.

La si crede appendice di Chiesa, cosa che riguarda i pochi che hanno coraggio indomito di andare per terre lontane, sconosciute.

Eppure la liturgia di questa domenica ci mette in guardia.

E’ l’ordinario ad essere prova. Nell’ordinario si deve sentire ciò che udì Filippo: “alzati e va’ verso il mezzogiorno” (At 8,26a). Chi dice di vivere di Lui è messo in grado di sentirne la voce. Il comando Divino che provoca. Filippo è aperto alla sorpresa dello “Spirito” (At 8,29a), alla Sua libera iniziativa. Il missionario è primariamente originato nella missione.

Filippo è mandato ad un estraneo, “un Etìope, eunuco” (At 8,27a). E’ pure in difetto per ethos. Ma non è inviato per il giudizio. Lo Spirito è sempre dolce nell’invio: “accòstati” (At 8,29b). Missione è, anzitutto, accostamento all’uomo. Ad ogni uomo.

Quell’estraneo è in ricerca, “leggeva – infatti – il profeta Isaia” (At 8,28b). E’ un cercatore di felicità vera, aperto alla possibilità del nuovo. Ogni uomo porta in sé, consapevolmente o meno, una nostalgia da colmare. Il suo desiderio è già pertugio del Divino.

Egli – il Divino – “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4a). E’ la Sua missione propria: che nemmeno uno vada perduto. Lo sguardo diviene, allora, simile a Colui che invia. Filippo deve accettare di guardare le cose non più come egli vuole. Dobbiamo accettare questa conversione oculistica per percorrere le vie incontro all’umano.

Accostarsi ad ogni tu incontrato richiede un nuovo sguardo. Missione è docilità alla cultura – vita propria – con la quale ci si imbatte senza presunzione di stravolgimento. Filippo non irrompe nella vita di quell’estraneo; gli si accosta quasi in punta di piedi. Compie passi che sanno entrare nel cuore di quell’uomo.

Il mandato fu infatti docile: “andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15). E’ solo dopo che divenne imposizione forzata. A torto. La proclamazione reca in sé il rischio della libertà, non il vincolo.

Filippo su quella via mostra la forza della convocazione dell’altrui libertà. Il dramma di quell’uomo solo è constatazione di molti: “come potrei capire, se nessuno mi guida?” (At 8,31a). Missione è pedagogia dell’umano. La situazione è favorevole e “partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù” (At 8,35b). Cioè partì dal reale e non dall’ideale.

La promessa è che questo annuncio terribile di libertà è accompagnato da “segni” (Mc 16,17a) che ne esplicano l’autenticità. L’uscita da sé, che implica la missione, garantisce che “il Signore agiva con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16,20b). E’ il lato carismatico della Chiesa che ancora teme lo spazio pubblico.

Quell’uomo, quel giorno, certo se ne ritornò “pieno di gioia” (At 8,38b) perché salvato. Ma se ne ritornò anche più uomo di come era arrivato. Imparò ad esserlo.

Alessandro

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