SIGNIFICATO – mistero di Nàzaret

Sforzati dunque di essere agli occhi degli uomini

ciò che ero nella mia vita di Nazaret, né più né meno.

Sono stato povero operaio, vivente del lavoro delle mie mani.

(Charles de Foucauld)

Invito ad una normalità non scritta; taciuta forse per vergogna. Di quegli anni – i Suoi maggiori – passati nella casa di Nàzaret non è detto nulla. O quasi. Nel frammento è data totalità.

Non abbiamo cronache di vita domestica. Quel focolare passerà inosservato per tutta la storia; una casa tra le altre, lavoro fra gli altri, fatiche e gioie comuni. Troppo comuni per meritare i riflettori.

E’ il rischio nostro, nel crederLo già troppo cresciuto, troppo diverso; poco umano.

E Gesù cresceva davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52) chiosa, con finezza propria, l’evangelista più attento alla Sua origine. E’ crescita doppia.

Fu la Sua epifania più lunga e dilazionata nel tempo. Fu il Suo significare l’umano; la Sua coscienza di essere il-Figlio.

Decise di manifestarsi uomo tra uomini, portandone significato. Divenendolo.

Nel ritorno da Gerusalemme “per la festa di Pasqua” (Lc 2,41b) i suoi genitori Lo credono “nella comitiva” (Lc 2,44a). Ci misero un giorno ad accorgersi che Egli non c’era.

Può capitare anche a noi di crederLo familiare, a noi comune. Eppure assente.

Quello fu il Suo bar-mitzvah; passaggio all’età adulta. Divenne uomo riconoscendosi Figlio, portatore di una responsabilità non Sua: “devo occuparmi delle cose del Padre mio” (Lc 2,49b). La maggiore età inizia quando si prende consapevolezza di sé.

Quel ritorno a casa non fu più lo stesso tanto che “sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore” (Lc 2,51a). Con non poca preoccupazione. Escludere il possessivo dall’atto di generare non è mai semplice. Tagliare il cordone ombelicale è sempre drammatico ma essenziale per la costruzione di un’identità altra.

Da Gerusalemme tornano due genitori più consapevoli di una perdita. E di un Figlio che sa di appartenere.

Che cosa darai loro in cambio di quanto ti hanno dato?” (Sir 7,28b) domanda la sapienza popolare al figlio nei riguardi dei genitori. Egli saprà dare quanto di più caro: la Sua stessa vita. Per un’obbedienza fu generato. Per la Sua obbedienza ci è data ri-generazione.

Sono i Suoisentimenti” (Col 3,12a) da assumere all’interno di quella dinamica familiare, paradigma di comunità: “siete stati chiamati in un solo corpo” (Col 3,15b).

Perché famiglia è ekklesia.

Epifania di familiarità.

Alessandro

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