Domenica della “divina clemenza” o meglio sarebbe riconvertirla nella domenica della “Misericordia e della misera”, richiamando così la Lettera Apostolica di Francesco a conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia.

E’ il ritornello del salmo a scandire questa liturgia: “Rendete grazie al Signore, perché è buono, perché il suo amore è per sempre” (Sal 106,1). Ritornello che deve tornare a scandire anche le nostre esistenze umane.

Ci troviamo ancora nel tempo epifanico, il periodo di manifestazione che ha come scopo quello di rispondere alla domanda fondamentale: chi è Gesù? Lo abbiamo visto compiere due segni a Cana, moltiplicare il pane e guarire. Ma ancora non basta; la risposta rimarrebbe incompleta se ci fermassimo qui. Gesù non è solamente un taumaturgo o un grande profeta. E’ molto di più; i segni rimandano sempre ad altro. Per questo ora il livello si alza, la libertà dei suoi ora è messa in gioco, sfidata. Fino a quando si limita a compiere prodigi che soddisfano il bisogno incombente tutto funziona. Ma ora che Gesù va ad intaccare il modo di interpretare la Legge, inizia ad infastidire i proprietari del culto.

Legge alla quale “mediante il corpo di Cristo, siamo stati messi a morte” (Rm 7,4a) “per appartenere a un altro” (Rm 7,4b): infatti “siamo stati liberati dalla Legge” (Rm 7,6a)! Paolo usa l’esempio della donna che per legge è legata al marito finché vive; “ma se il marito muore, è liberata dalla legge che la lega al marito” (Rm 7,2b). Così anche noi, mediante il sacrificio ultimo e definitivo di Cristo, siamo stati liberati dalla legge antica “per servire secondo lo Spirito, che è nuovo” (Rm 7,6b). Il regime dunque non è più legislativo-morale ma principiale.

Gesù – a detta di loro – prima non rispetta il sabato, arrogandosi il diritto di innalzare l’uomo piuttosto che la norma. E ora non rispetta nemmeno il comandamento di Mosè!

Gli scribi e i farisei, le ombre di Gesù in tutto l’arco narrativo del Vangelo, gli condussero “una donna sorpresa in adulterio” (Gv 8,3b) allestendo una sorta di tribunale improvvisato. L’intenzione di fondo è sempre la stessa: “metterlo alla prova e avere motivo di accusarlo” (Gv 8,6a).

La questione qui si fa più seria: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici? ” (Gv 8,4-5). Agostino, nel commentare questo passo, vede “invidia e rabbia” da parte degli accusatori. La risposta reclamata a Gesù ha un peso notevole: “Se egli ordinerà che venga lapidata, non darà prova di mansuetudine; se deciderà che venga rilasciata, non salverà la giustizia” (Agostino, omelia 33). Qui la categoria non è semplicemente moralista ma esistenziale! Certamente quella donna è nel peccato ma la modalità con cui viene affrontato è doppia e discordante: gli scribi si attaccano alla Legge antica giungendo all’immediata sentenza; Gesù mostra la Legge nuova, “per servire secondo lo Spirito” (Rm 7,6b).

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra” (Gv 8,6b.8). E’ straordinariamente misterioso l’atteggiamento del Maestro; si aspettavano una risposta e Lui, in silenzio, scrive a terra. “Che altro vuol farvi capire, scrivendo in terra col dito? La legge, infatti, fu scritta col dito di Dio, e fu scritta sulla pietra per significare la durezza dei loro cuori” (Agostino).

Ho sempre immaginato che a terra Gesù stesse scrivendo la Parola sesta del Decalogo: “Non ucciderai” (Es 20,13). Gesù controbatte alla norma con la norma stessa. Gli accusatori vengono abilmente intrappolati nei cavilli burocratici da loro stessi invocati.

Data la loro insistenza, però, Gesù si alzò in piedi e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei” (Gv 8,7b). “O risposta della Sapienza! Come li costrinse a rientrare subito in se stessi! Essi stavano fuori intenti a calunniare gli altri, invece di scrutare profondamente se stessi. Si interessavano dell’adultera, e intanto perdevano di vista se stessi. Prevaricatori della legge, esigevano l’osservanza della legge ricorrendo alla calunnia, non sinceramente” (Agostino).

Gesù con la sua risposta pone il freno che ad essi mancava: chi può dirsi giusto nell’accusare il fratello uomo? Chi può farlo senza pensare di meritare altrettanto? “Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno” (Gv 8,9a). La furia omicida che gli aveva invasi li abbandona; se ne vanno amareggiati e confusi.

Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia” (Agostino). La donna da Gesù non è condannata, ma accolta, compresa, amata. La donna rappresenta tutti noi, miseri e mendicanti di misericordia: “Ascolta, Signore, la nostra preghiera, la nostra supplica, liberaci per il tuo amore” (Bar 2,14a). Lei stessa è sorpresa dalle parole del Maestro.

Ma anche gli scribi e i farisei sono immagine nostra, spesso ripiegata sulle norme più che sulle vite, sulla realtà delle cose.

Vittima e carnefice, in definitiva, un po’ tutti lo siamo. Diveniamo carnefici ogni volta che in nome di una “legge” pretendiamo di lapidare gli altri dimenticandoci di noi stessi. Diveniamo come quella donna ogni volta che reclamiamo misericordia e perdono. Ora, se per noi invochiamo clemenza, perché non meritarla agli altri? Se io, perché non loro?

Nessuno ti ha condannata?” (Gv 8,10b) chiede Gesù alla donna appena scampata dalla pena di morte. “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11b). “Il Signore, quindi, condanna il peccato, ma non l’uomo” (Agostino) questa è la legge nuova, “secondo lo Spirito”. Il peccato è vinto, la donna recuperata, la sua dignità rialzata; la verità si incontra con la misericordia. La donna propria perché amata compie verità dentro di sé e cambia. Quante volte invertiamo questo processo educativo nei ragazzi, nei giovani, negli adulti? E non vediamo frutti perché ci comportiamo al contrario di Gesù: anteporre il precetto, la norma, la morale all’amore. E’ un errore schizofrenico che genera divario tra ciò che la Chiesa annuncia e ciò che manifesta.

La donna riparte da convertita. Quel giorno in lei qualcosa cambia, a motivo dell’incontro con la Misericordia che genera in lei verità, spingendola ad una metànoia – cambiamento radicale. Quella donna se ne tornerà amata e, per questo, in grado di generare futuro.

L’amore crea il domani; il peccato ci rende fermi a ieri. E oggi?

Oggi “rendete grazie al Signore, perché è buono, perché il suo amore è per sempre” (Sal 106,1)

Alessandro

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