A me piace tanto quando i primi cristiani ellenisti sono andati dagli apostoli a lamentarsi perché le loro vedove e i loro orfani non erano ben assistiti, e hanno fatto quella riunione, quel “sinodo” tra gli apostoli e i discepoli, e hanno “inventato” i diaconi per servire”. Così si esprimeva Francesco nella sua Visita Pastorale alla nostra Diocesi lo scorso 25 marzo, rivolgendo la sua riflessione ai diaconi in Duomo.

Il Papa si rifaceva proprio al brano degli Atti che la liturgia ci presenta questa domenica. In quell’occasione la Chiesa sinodalmente decide di aggiungere una nuova figura. Quella della prima comunità cristiana è una bella immagine di riforma ecclesiale. Non bisogna avere paura – tante volte Francesco lo ripete – di cambiare: “la pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così” (EG 33). Gli apostoli sono in fase di “conversione pastorale” poiché continuamente sotto l’effetto della Pentecoste e continuamente educati dallo Spirito al pensiero e ai sentimenti di Cristo.

Il clima che si respirava nella prima Comunità di Gerusalemme era pentecostale. Il clima, spesso, che respiriamo nelle nostre strutture e nelle nostre chiese stanche di essere chiuse, che “rigurgitano Salmi” è quello dell’asfissia. Senza lo Spirito, la Chiesa soffre d’asma! Senza lo Spirito, avremo paura di uscire ad annunciare il solo nome che salva: Gesù.

E’ Paolo a ricordarci che “non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti” (Rm 10,12). L’universalità inizia proprio a Pentecoste: è solo nello Spirito che prendiamo coscienza del fatto che il messaggio cristiano è per tutti, poiché Lui è Signore di tutti. E’ Gesù stesso, “il buon pastore” (Gv 10,11a) a presentare l’universalità di sé: “ho altre pecore che non provengono da questo recinto; anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (Gv 10,16).

Lui è venuto per tutti: è questo “il comando” (Gv 10,18) che ha ricevuto dal Padre, affinché “nessuno vada perduto” (Gv 17,12). Noi, che siamo i “perduti-salvati”, siamo chiamati a continuare la Sua opera. Paolo provocatoriamente chiede alla comunità di Roma: “ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?” (Rm 10,14). Sono domande retoriche. I molti che ancora sono “fuori” pesano su di noi; la responsabilità è unicamente nostra!

Il criterio pastorale dei Dodici è corretto: “non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Noi ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola” (At 6,2b.4). Non è giusto, dicono, trascurare il dato “verticale” per quello più immediato “orizzontale”. La “mormorazione” (At 6,1) che si crea tra le due schiere di discepoli di diversa lingua è giusta ma occorre posizionarla sul gradino corretto delle necessità. Spesso questa mormorazione avviene anche all’interno delle nostre comunità: una parte pensa sia più giusto svolgere attività concrete mentre un’altra è convinta che sia giusto iniziare dalla preghiera. Chi ha ragione: azione o orazione?

E’ sempre Francesco a istruirci: “Dal punto di vista dell’evangelizzazione, non servono né le proposte mistiche senza un forte impegno sociale e missionario, né i discorsi e le prassi sociali e pastorali senza una spiritualità che trasformi il cuore. Senza momenti prolungati di adorazione, di incontro orante con la Parola, di dialogo sincero con il Signore, facilmente i compiti si svuotano di significato, ci indeboliamo per la stanchezza e le difficoltà, e il fervore si spegne. La Chiesa non può fare a meno del polmone della preghiera. Nello stesso tempo si deve respingere la tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell’Incarnazione. C’è il rischio che alcuni momenti di preghiera diventino una scusa per evitare di donare la vita nella missione, perché la privatizzazione dello stile di vita può condurre i cristiani a rifugiarsi in qualche falsa spiritualità” (EG 262). Il Papa denuncia un doppio errore che non si deve creare: o l’eccessivo attivismo che ci fa dimenticare il per-Chi o una falsata spiritualità intimistica che ci fa dimenticare la storia e dunque il dove.

Questi servitori scelti sono “uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza” (At 6,3b). Non è un dato secondario: coloro che sono chiamati all’azione sono, prima di tutto, uomini di orazione. Tutto nasce dalla preghiera, dal rapporto con Dio. Tutto nasce dalla rivelazione dello Spirito che ci dona visione sulla storia, sui bisogni, sulle povertà che sono in mezzo a noi e ci dona risposte concrete, reali.

Dunque il criterio per essere “Chiesa in uscita” ci viene mostrato da questa scelta evangelica con la quale continuamente confrontarsi: partire sempre dalla Parola e dalla preghiera per poi uscire e agire.

L’azione senza orazione diviene pura organizzazione. L’orazione senza azione è pura dimissione.

Alessandro

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