Passio Christi, Pasio christiani

Tutte le volte che ascoltiamo le vicende di chi ha affrontato la morte con dignità, coraggio e fede, e che li assiste anche a rischio della propria vita, come capita di frequente in questi giorni, mi prende un nodo alla gola. Quando invece medito la Passione del Signore facilmente sono portato a dimenticare la fatica è il dolore di Gesù, e le poche persone che ne sono state coinvolte, o per dirla con la sacra scrittura “il caro prezzo” (cf 1Pt 1,18s) della nostra redenzione.

Delle quattro narrazioni dei vangeli canonici, quella di Marco sembra che ci aiuti meglio a recuperare questi aspetti. Nel suo racconto, infatti, emerge il dramma umano di Gesù, che aveva scelto personalmente i Dodici apostoli, affinché stessero con lui, imparassero da lui, condividessero la sua fatica, le sue gioie, il suo messaggio, i suoi valori.

Costoro avevano corrisposto con entusiasmo, avevano lasciato tutto per seguirlo; avevano perfino promesso solennemente di essere disposti a seguirlo fino a Gerusalemme e a morire con lui, ma alle prime serie difficoltà lo hanno abbandonato. Le prime avvisaglie della loro incoerenza si notano nel rifiuto di Pietro e compagni a considerare l’eventualità della croce. In seguito nell’orto degli ulivi quando, invitati a vegliare e a pregare, essi si addormentano, dimostrano con ciò stesso la loro incapacità a condividere il dramma che Gesù stava vivendo. Quando poi giunge il traditore con i soldati per catturare Gesù e portarlo via, uno solo lo difende impugnando la spada, ma poi fugge anche lui con tutti gli altri.

Anche Pietro, che aveva promesso solennemente di morire piuttosto di abbandonare Gesù, di fronte alle domande petulanti di una serva, si lascia prendere dal panico e rinnega il maestro. Nessuno dei Dodici sembra trovarsi quel mattino tra la folla che grida il crucifige. Nessuno di loro solleva la sua fatica aiutandolo a portare la croce. Nessuno di loro è segnalato ai piedi della croce a confortare il maestro.

Perfino Dio Padre, al quale Gesù tutto si era votato, sembra tacere. Il grido che gli lancia prima di morire è l’ultima risorsa dei deboli per richiamare l’attenzione su di sé e ricevere aiuto. Gesù sembra invocare un aiuto qualsiasi, un gesto di tenerezza, una parola di consolazione, che sappia dirgli a cosà mira tanta sofferenza. Ma neppure il Padre, tanto amato, gli risponde. Gesù muore nella più desolante solitudine. In questo modo egli si inserisce nell’innumerevole schiera degli uomini che gridano a Dio a partire dalla loro sofferenza e dal bisogno di comprendere il senso di tanto dolore.

Il Vangelo di Marco ci rivela che tutta la Passione di Gesù è racchiusa nella preghiera al Padre: dal Getzemani al Calvario con toni di esplicita famigliarità ed affettività egli si rivolge a quel Dio che sembra assente, ma al quale si aggrappa filialmente. Finché vive, Gesù viene deriso, persino nel momento in cui prega, circondato solo da nemici.

Paradossalmente il Cireneo, il centurione e Giuseppe d’Arimatea sottolineano maggiormente la defezione dei discepoli e il dramma umano di Gesù.

Nessuno lo aveva aiutato a portare la croce, lo fece un estraneo, costretto dai soldati. Nessuno lo difese dagli oltraggi. Solo il centurione avvezzo alle esecuzioni capitali, ne coglie la grandezza e la dignità vedendo il modo con cui Egli muore. Mentre i discepoli del Battista andarono a prendere il corpo del predicatore per dargli onorata sepoltura, nessuno dei suoi discepoli si fa avanti, lasciando che a rendergli l’ultimo servizio d’amore sia un membro autorevole di quel Sinedrio che lo aveva condannato.

Ma il Signore non si arrende. L’ultima parola non è quella del fallimento e della vittoria del male, bensì quella del suo amore fedele che illumina il mattino di Pasqua. Nonostante la condotta a dir poco vergognosa degli apostoli, Cristo Risorto non li rimprovera. Egli ha capito la loro incapacità di vedere la sua Passione non come una manifestazione di debolezza, bensì corrispondenza ad un preciso piano di Dio. Non rinfaccia la loro fragilità e la mancanza di parola, ma rinnova loro il mandato di andare ad annunciare a tutte le genti il vangelo. In questo modo essi non potendo contare su una condotta onorevole, avranno invece l’obbligo di affidarsi solamente alla potenza della parola e alla grazia dello Spirito Santo.

La fragilità degli apostoli è tante volte anche la nostra. Eppure il Signore non ci rimprovera, ci chiama e talvolta si serve anche della nostra povera persona per testimoniare a tutti gli uomini la fedeltà di Dio e la potenza della sua Croce.

Anche coloro che non lo avevano conosciuto prima, coloro che sono stati costretti a portare la sua croce e coloro che in un modo o nell’altro avevano partecipato alla condanna e alla crocifissione, non di meno, gli prestano gli ultimi servigi: da vivo e da morto. Il Signore ha coinvolto anche loro.

Le considerazioni sin qui condotte, ci aiutano a leggere questo venerdì santo, tanto inusuale e forse mai tanto simile a quello di duemila anni fa.

Molti dei nostri fratelli che muoiono in questi giorni a motivo della pestilenza, rivivono per certi aspetti il dramma della solitudine e dell’abbandono provato dal Signore Gesù. Muoiono senza la consolazione di una persona amica o di un famigliare che possa loro stringere la mano, o porgere un gesto e una parola di conforto. Senza sapere il motivo di tanta sofferenza.

Essi carne di Cristo, come ci ricorda Papa Francesco, sperimentano l’unico aiuto e conforto da coloro che come il cireneo, il centurione e Giuseppe d’Arimatea agiscono con coraggio aiutano i malati a portare le loro sofferenze e riconoscono in tutti i medesimi una dignità unica di figli di Dio. Forse possiamo partire da qui per vedere un po’ di luce in questa Pasqua.

Passio Christi, passio christiani

Tutte le volte che ascoltiamo le vicende di chi ha affrontato la morte con dignità, coraggio e fede, e che li assiste anche a rischio della propria vita, come capita di frequente in questi giorni, mi prende un nodo alla gola. Quando invece medito la Passione del Signore facilmente sono portato a dimenticare la fatica è il dolore di Gesù, e le poche persone che ne sono state coinvolte, o per dirla con la sacra scrittura “il caro prezzo” (cf 1Pt 1,18s) della nostra redenzione.

Delle quattro narrazioni dei vangeli canonici, quella di Marco sembra che ci aiuti meglio a recuperare questi aspetti. Nel suo racconto, infatti, emerge il dramma umano di Gesù, che aveva scelto personalmente i Dodici apostoli, affinché stessero con lui, imparassero da lui, condividessero la sua fatica, le sue gioie, il suo messaggio, i suoi valori.

Costoro avevano corrisposto con entusiasmo, avevano lasciato tutto per seguirlo; avevano perfino promesso solennemente di essere disposti a seguirlo fino a Gerusalemme e a morire con lui, ma alle prime serie difficoltà lo hanno abbandonato. Le prime avvisaglie della loro incoerenza si notano nel rifiuto di Pietro e compagni a considerare l’eventualità della croce. In seguito nell’orto degli ulivi quando, invitati a vegliare e a pregare, essi si addormentano, dimostrano con ciò stesso la loro incapacità a condividere il dramma che Gesù stava vivendo. Quando poi giunge il traditore con i soldati per catturare Gesù e portarlo via, uno solo lo difende impugnando la spada, ma poi fugge anche lui con tutti gli altri.

Anche Pietro, che aveva promesso solennemente di morire piuttosto di abbandonare Gesù, di fronte alle domande petulanti di una serva, si lascia prendere dal panico e rinnega il maestro. Nessuno dei Dodici sembra trovarsi quel mattino tra la folla che grida il crucifige. Nessuno di loro solleva la sua fatica aiutandolo a portare la croce. Nessuno di loro è segnalato ai piedi della croce a confortare il maestro.

Perfino Dio Padre, al quale Gesù tutto si era votato, sembra tacere. Il grido che gli lancia prima di morire è l’ultima risorsa dei deboli per richiamare l’attenzione su di sé e ricevere aiuto. Gesù sembra invocare un aiuto qualsiasi, un gesto di tenerezza, una parola di consolazione, che sappia dirgli a cosà mira tanta sofferenza. Ma neppure il Padre, tanto amato, gli risponde. Gesù muore nella più desolante solitudine. In questo modo egli si inserisce nell’innumerevole schiera degli uomini che gridano a Dio a partire dalla loro sofferenza e dal bisogno di comprendere il senso di tanto dolore.

Il Vangelo di Marco ci rivela che tutta la Passione di Gesù è racchiusa nella preghiera al Padre: dal Getzemani al Calvario con toni di esplicita famigliarità ed affettività egli si rivolge a quel Dio che sembra assente, ma al quale si aggrappa filialmente. Finché vive, Gesù viene deriso, persino nel momento in cui prega, circondato solo da nemici.

Paradossalmente il Cireneo, il centurione e Giuseppe d’Arimatea sottolineano maggiormente la defezione dei discepoli e il dramma umano di Gesù.

Nessuno lo aveva aiutato a portare la croce, lo fece un estraneo, costretto dai soldati. Nessuno lo difese dagli oltraggi. Solo il centurione avvezzo alle esecuzioni capitali, ne coglie la grandezza e la dignità vedendo il modo con cui Egli muore. Mentre i discepoli del Battista andarono a prendere il corpo del predicatore per dargli onorata sepoltura, nessuno dei suoi discepoli si fa avanti, lasciando che a rendergli l’ultimo servizio d’amore sia un membro autorevole di quel Sinedrio che lo aveva condannato.

Ma il Signore non si arrende. L’ultima parola non è quella del fallimento e della vittoria del male, bensì quella del suo amore fedele che illumina il mattino di Pasqua. Nonostante la condotta a dir poco vergognosa degli apostoli, Cristo Risorto non li rimprovera. Egli ha capito la loro incapacità di vedere la sua Passione non come una manifestazione di debolezza, bensì corrispondenza ad un preciso piano di Dio. Non rinfaccia la loro fragilità e la mancanza di parola, ma rinnova loro il mandato di andare ad annunciare a tutte le genti il vangelo. In questo modo essi non potendo contare su una condotta onorevole, avranno invece l’obbligo di affidarsi solamente alla potenza della parola e alla grazia dello Spirito Santo.

La fragilità degli apostoli è tante volte anche la nostra. Eppure il Signore non ci rimprovera, ci chiama e talvolta si serve anche della nostra povera persona per testimoniare a tutti gli uomini la fedeltà di Dio e la potenza della sua Croce.

Anche coloro che non lo avevano conosciuto prima, coloro che sono stati costretti a portare la sua croce e coloro che in un modo o nell’altro avevano partecipato alla condanna e alla crocifissione, non di meno, gli prestano gli ultimi servigi: da vivo e da morto. Il Signore ha coinvolto anche loro.

Le considerazioni sin qui condotte, ci aiutano a leggere questo venerdì santo, tanto inusuale e forse mai tanto simile a quello di duemila anni fa.

Molti dei nostri fratelli che muoiono in questi giorni a motivo della pestilenza, rivivono per certi aspetti il dramma della solitudine e dell’abbandono provato dal Signore Gesù. Muoiono senza la consolazione di una persona amica o di un famigliare che possa loro stringere la mano, o porgere un gesto e una parola di conforto. Senza sapere il motivo di tanta sofferenza.

Essi carne di Cristo, come ci ricorda Papa Francesco, sperimentano l’unico aiuto e conforto da coloro che come il cireneo, il centurione e Giuseppe d’Arimatea agiscono con coraggio aiutano i malati a portare le loro sofferenze e riconoscono in tutti i medesimi una dignità unica di figli di Dio. Forse possiamo partire da qui per vedere un po’ di luce in questa Pasqua.

p Gianfranco Barbieri

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