PIENAMENTE Sé – penultimità

Madre e sorelle mie, seguirò Colui che mi rese la vita finché non mi renderà la morte. Sì, anch’io sarò crocifisso, e quella crocifissione porrà fine a questa.
[…]. E anche se mille madri e mille e mille sorelle mi tireranno per le vesti, io non mi farò trattenere. Andrò col vento d’oriente dove esso soffia. E cercherò la mia amata nel tramonto in cui tutti i nostri giorni trovano pace. Cercherò la mia amata nella notte dove dormono tutte le mattine. E sarò il solo tra tutti gli uomini a patire due volte la vita e due volte la morte, e a conoscere due volte l’eternità.
(Khalil Gibran – Lazzaro e il suo amore)

Morte. Malattia. Lacrime. Lo scenario del dramma di Betània è funebre; mestizia e lamentela si elevano da quella casa. La morte porta con sé banchi di grigiume che si assestano sui cuori.

Lazzaro, amico di Gesù, si ammala; muore. E’ giorno che nasce nella morte; si conclude con sentenza di morte: “da quel giorno dunque decisero di ucciderlo” (Gv 11,53). E’ giorno triste; un funerale che causa un omicidio colposo.

E’ l’ultima scena pubblica, sesto segno; la sua pietas è più forte del rischio in cui incorre. E’ segno penultimo; tutto, di fronte a Lui, ha destino di penultimità. Morte compresa.

La quinta tappa del cammino quaresimale vuole ricollocare, al posto giusto, il dramma umano. Ai suoi Egli svela che quella “malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato” (Gv 11,4).

Decide di ritornare nel territorio dove ha rischiato, per ben due volte, lapidazione. Gesù è ostinato. L’atteggiamento dei suoi è di resa: “andiamo anche noi a morire con lui!” (Gv 11,16b), invita, timidamente, Tommaso.

C’era qualcosa che strideva con le antiche parole della Legge; l’osservanza garantiva l’“essere sempre felici ed essere conservati in vita” (Dt 6,24b). Ora il dramma della perdita segna anche loro. L’imprevedibilità li marchia. Li destabilizza. Il dramma innesca sempre il dubbio nel cuore.

Si danno appuntamento, a Betània, Gesù e la morte. Quella casa diviene luogo di scontro di due forze ìmpari.

Ad accoglierlo, l’accusa: “se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” (Gv 11,21.32b), rimproverano le due sorelle, in due battute. Ormai è tardi, Lazzaro “già da quattro giorni era nel sepolcro; manda già cattivo odore” (Gv 11,17a.39b). La morte puzza. E l’errore delle sorelle è di credere la morte come ultima. Da questo le viene a salvare. La Sua glorificazione è palesarsi pretendendo l’ultimità.

Io sono la risurrezione e la vita” (Gv 11,25a); risuonano forti le parole. E’ quel Qualcuno in grado di tenersi tutto prima di Lui; abbiamo bisogno di Uno che riordini le cose e si presenti come Ultimo.

La sindrome del sepolcro ci induce a credere che tutto sia definitivo; impossibilità di felicità. Quando il desiderio si ammala e muore abbiamo bisogno di Uno che prenda autorità: “togliete la pietra!” (Gv 11,39a). Non siamo fatti per il sepolcro; non ha la nostra forma.

Vieni fuori!” (Gv 11,43b) è il grido che ci raggiunge; grida Gesù, tra le lacrime e la gioia. “Scoppia in pianto” (Gv 11,35) provando il dolore; “rende grazie” (Gv 11,41b) perché il Padre lo ascolta. Non vuole che stiamo internati ma ci comanda di uscire. Anche la morte Gli obbedisce. Anche lei, entrata nel mondo in un secondo tempo e in modo illegittimo, deve obbedire a Colui che è il Primo.

Cambia nettamente il “modo di vivere” (Ef 5,15a) sapendo che vi è Qualcuno che ha potere persino sulla morte; “cantando e inneggiando al Signore” (Ef 5,19b) ci è possibile. La pretesa di Uno, che si palesa come Ultimo, spodesta il resto, rendendolo penultimo.

L’Uomo della Croce viene a salvarci dalla presunta definitività della morte. Si palesa quale Vita eterna. Egli solo è Primo e Ultimo; il resto ha il momentaneo spazio del mezzo, spazio di penultimità. La morte non è mai definitiva; mai ultima.

Alessandro

 

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