Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù” (Eb 12,1b-2a). Il modo, il criterio corretto per vivere questa Settimana così particolare è quello presentato dall’autore della Lettera agli Ebrei. Una Settimana densa, Autentica, come la definisce la nostra tradizione ambrosiana. Autentica perché vera, significativa per la nostra stessa esistenza: il mistero della nostra salvezza si compie nella morte-risurrezione del Figlio. E’ la Settimana di tutte le settimane; autentica perché autentifica la nostra fede. L’autenticità non sta nel come viviamo questa Settimana ma di come viviamo tutte le altre rapportandole a questa.

Occorre tenere “fisso lo sguardo su Gesù”  poiché è “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2a). Lui, “uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is 53,3b), ci è di esempio nel credere. Egli è modello di fede, inizio e compimento; Egli, pur essendo il Figlio, ha creduto fino all’ultimo al Padre, si è affidato tanto che “si sottopose alla croce” (Eb 12,2c). Il legame unico tra Padre e Figlio genera l’obbedienza totale e disinteressata perché affidabile. Il Figlio, che è l’Inviato, nella sua libertà compie le opere del Padre. Gesù è insegnamento vivente di ciò che vuol dire credere.

Lo “spettacolo” della Croce non è accadimento casuale o errore di calcolo ma autentica libertà-di-sé tesa fino al limite: “offrirà se stesso in sacrificio di riparazione” (Is 53,10a) sintetizza il profeta. Il dono di sé per gli altri è sacrificio di riparazione, di riconciliazione; Gesù assume su di sé tutto il male per tramutarlo in amore. Ad essere riparato, in Gesù, è il nostro rapporto con l’Alto. Profetizzò Caifa: “è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!” (Gv 11,50). Davvero il Suo sacrificio è convenienza per noi!

Gesù, il Figlio, è espressione di ogni umana esistenza. Lui è “il servo di YHWH”, il misterioso servo narrato da Isaia e che l’evento pasquale ha subito permesso di rileggervi la vicenda stessa di Gesù. Lui è quel servo di cui Dio promette: “avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente” (Is 52,13). L’esaltazione – o glorificazione per usare la nomenclatura giovannea – avverrà proprio sulla Croce: il successo del Padre nel Figlio avverrà, contro ogni logica umana, sul Calvario. La Croce è sintesi di ogni paradosso.

Molti si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto” (Is 52,14). Ciò che avviene nel Figlio è assumere su di sé ogni debolezza umana, di ogni donna e uomo. Lo stupore, che ancora permane, come il più alto grado di umanità presente nella storia, imperituro, è che Dio non rimane nel suo platonico iperuranio ma prende carne, si “carnifica” assumendone tutta la finitudine: fino alla morte. Egli non ha paura di non essere accettato o capito; accoglie la sfida, nonostante tutto e nonostante tutti. Egli è “disprezzato e reietto dagli uomini” (Is 53,3a) del quale “non si aveva alcuna stima” (Is 53,3d). Il Figlio è veramente, autenticamente, Uomo; Egli solo ci insegna la piena, bella, vera umanità.

Il Figlio di Dio muore, “con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo” (Is 53,8a), “percosso a morte” (Is 53,8d); la sua morte è cruenta, non misurata, non giusta. Falsata. Muore come un reietto, un maledetto, appeso al legno. Eppure – e qui si ha tutta la potenza intrinseca del dono di sé – “egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori” (Is 53,4a). L’immagine è molto forte; la Croce diventa una sorta di “parafulmine” che devia la condanna che ci saremmo meritati. Tutti. Gesù, decidendo di donarsi fino in fondo, devia l’accusa originale, scaricandola. Gesù si carica di tutto il male, i mali e le malattie – il mysterium iniquitatis – liberando ogni esistenza umana. Siamo liberi in Lui. Ciò che meritavamo, ricade su di Lui: “il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui” (Is 53,5c).

Per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5d)! Per i segni che porta nella carne, noi siamo liberati, sanati, salvati. “E’ stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità” (Is 53,5a): l’autenticità dell’evento, dal quale nessuno, credente o meno, può fuggire, è che siamo vivi e abbiamo vita grazie a Lui. Abbiamo la salvezza, “siamo giustificati” (Is 53,11c), solamente in Lui. Il fatto è già accaduto; noi, per fede, abbiamo la capacità di divenire contemporanei della Croce.

Maria, sorella di Lazzaro, durante la cena a Betània, “sei giorni prima della Pasqua” (Gv 12,1a) mossa da un grande atteggiamento d’amore, smisurato, “prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli” (Gv 12,3). Il nostro rendere a Lui il ringraziamento, per quanto ci ha fatto, sarà sempre in difetto, per quanto umanamente possa sembrare troppo – Giuda si scandalizza (falsamente) per questo gesto. L’unzione di Betània anticipa l’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme, nella domenica detta “delle palme” che avvia la Settimana ultima e definitiva di Gesù. L’unzione di Maria, che in quel momento è portatrice dell’intera umanità, diventa al contempo omaggio d’amore e servizio. La nostra offerta, rapportata alla Sua, è sempre in deficit; il nostro amore, rapporto al Suo definitivo, è sempre carente. Il nostro troppo sarà sempre poco nei Suoi riguardi.

Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!” (Gv 12,13b) lo saluta la “grande folla” (Gv 12,12) accorsa a Gerusalemme, la mattina dopo, per la Pasqua. Gridano a lui tenendo in mano “rami di palme” (Gv 12,13a) segno al contempo di martirio e di vittoria; piante sempreverdi a rappresentare che anche Gesù è evergreen. Il grido della folla “osanna” è profetico; letteralmente significa “dona la salvezza”! E’ quanto Gesù farà donandosi totalmente.

Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo” (Eb 12,3) ci richiama di nuovo l’autore della Lettera. Occorre guardare e pensare attentamente al mistero della Croce, sintesi di ogni dramma umano, per scorgervi fin da subito i germi di una vita nuova, risorta.

E’ l’augurio per questa Settimana Autentica.

Guarda all’Uomo della Croce, guarda a Colui che ha sopportato per me, per te, per noi tutti l’ingiusta sentenza. Guarda Lui che ha preso il posto tuo; ciò che noi meritavamo è stato deviato su di Lui. Guarda Lui per non perderti. Guardiamo a Lui nelle nostre corse quotidiane per essere sicuri di intraprendere vie buone, vie autentiche.

Sí, fratelli, era necessario il sangue del giusto perché fosse cassata la sentenza che condannava i peccatori. Era a noi necessario un esempio di pazienza e di umiltà; era necessario il segno della croce per sconfiggere il diavolo e i suoi angeli. La passione del Signore nostro era a noi necessaria; infatti, attraverso la passione del Signore, è stato riscattato il mondo” (Agostino).

Alessandro

 

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