Gesù

Questi è il Signore di tutti” (At 10,36b). Così Pietro si presenta, accettando l’invito del pagano Cornelio di entrare a casa sua. E’ questa affermazione che risplende, in questa domenica missionaria; è affermazione “cattolica” (universale) che richiede la nostra perenne conversione. Dopo la festa della Dedicazione della Cattedrale di domenica scorsa – festa di identità – siamo invitati ad approfondire questa identità ecclesiale, di popolo nel suo cuore, nella sua radicalità.

 Lo stesso Pietro si converte di fronte all’evidenza: “in verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persona” (At 10,34b). Pietro aveva una certa idea riguardo chi fossero i salvati ma ora, di fronte alla realtà, Pietro cambia sguardo, prende consapevolezza, non si chiude nei suoi schemi precostituiti. Occorre sempre, di fronte alla realtà, un cambiamento di sguardi. E’ quello che continuamente richiede Francesco alla Chiesa.

 Siamo portatori di una sola verità, franca, liberante, esistenziale, pacificatrice: “la parola della croce” (1Cor 1,18a) che è “stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio” (1Cor 1,18b). La Chiesa è portatrice sana di questa parola contraddittoria per il mondo, paradossale per l’uomo. Pietro, a casa di Cornelio, non ha paura di annunciarla: “essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno” (At 10,39b-40a). Sia ben chiaro: non è il compito che spetta al solo sacerdote. Questo messaggio che è destinato a tutti, deve essere portato da tutti. Occorre riaffermare il ruolo del laico in questa missionarietà, rilanciare con tutte le energie questa soggettività del laico ancora troppo poco presa in considerazione. E’ giunto il tempo in cui dobbiamo aiutare il singolo fedele a sentirsi non esclusivamente soggetto di pastorale ma oggetto, protagonista di una nuova stagione ecclesiale.

 Questa parola della croce dice tutta la contraddizione di Dio e dell’uomo: ciò che sembrava ingiusto è divenuto salvezza, ciò che risulta incomprensibile è sapienza, ciò che era morte risulta essere vita. La parola della croce, inscritta in noi, ci rende contraddizione per il mondo. Noi, che meritavamo la condanna, siamo salvati in virtù della croce; è contraddizione anzitutto in noi! “Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani – ma per noi – Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,23-24).

 Questa parola chiede l’accettazione primaria del proprio io; non posso dare ciò che non ho ricevuto. La missione implica, prima, l’esperienza: “di questo voi siete testimoni” (Lc 24,48). Non siamo chiamati a portare morali vetuste, regole legislative, liturgie antiche e vuote, divieti e comandamenti, catechismi di vario genere. Gesù non ci chiede nulla di questo e l’averlo fatto fino ad ora mostra quanto poco possano servire alla realtà dell’uomo. Il comando di Gesù alla testimonianza implica l’esperienza diretta, “a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti” (At 10,41b). Questa esperienza è resa possibile solamente da “colui che il Padre mio ha promesso” (Lc 24,49a) mandato su di noi: lo Spirito Santo. L’unico che ci abilita alla missione è lo Spirito; non sono scuole, non servono patentini, non servono permessi del parroco. Chi fa vera esperienza di questa effusione sente nascere, dal di dentro – non dal di fuori – questa necessità.

 Pietro, pieno di Spirito Santo, “stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola” (At 10,44). La predicazione del kerygma, della parola della croce, della contraddizione di Dio sulla realtà, produce effusione di Spirito. Questo episodio, oltre a dirci l’universalità della salvezza – destino possibile a tutti gli uomini – ci dice anche una verità che spesso non vediamo concretizzarsi nelle nostre comunità: la coessenzialità tra gerarchia, sacramento e carisma, grazia. Quei pagani non avevano ancora ricevuto il battesimo sacramentale ma ricevono, per libera iniziativa di Dio, il battesimo pentecostale, l’effusione di Spirito: i fedeli venuti con Pietro “si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio” (At 10,45b-46a). Se esiste un movimento “dall’altro”, gerarchico e sacramentale così esiste anche un movimento “dal basso” secondo la libera iniziativa di Dio. C’è una grande domanda che impone una grande risposta e una seria e veritiera constatazione: perché non vediamo ordinariamente questi segni carismatici nelle nostre comunità cristiane? Perché ancora troppo poco crediamo al movimento dello Spirito, che ci inabita e si effonde? Perché non si predica tutto ciò? Perché questa differenza tra la Chiesa primitiva e quella di oggi? Perché vediamo, in definitiva, un grave deficit tra la fede professata e la vita?

 Solo chi, per mezzo dello Spirito, fa esperienza diretta, nella sua esistenza, della presenza di Gesù morto e risorto non può far altro che farsi portatore, missionario – non necessariamente dall’altra parte del mondo! – nell’oggi, nella realtà che esso vive, a partire dalla propria casa, di questa parola disarmante.

Senza paura di essere, per il pensiero del mondo, segno di contraddizione.

Alessandro

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