ETHOS – prossimità

Quando amiamo il prossimo,

anche senza riferimento a Gesù o alla fede cristiana o a Dio padre di tutti,

e lo amiamo non egoisticamente ma fraternamente,

compiendo i doveri che questo amore esige,

allora realizziamo in noi Gesù,

partecipiamo con Lui.

Il non cristiano che fa come il Samaritano è vicino a Gesù,

più di coloro che hanno fede ma non imitano il Samaritano.

(Luigi Sturzo)

C’è una via da imparare, quella che va “da Gerusalemme a Gerico” (Lc 10,30a). Nessuno può dirsi escluso. E nessuno può escluderla. Non esiste scorciatoia.

E’ la via che ci porta alla prossimità, con un altro tu.

Cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” (Lc 10,25b). Cosa fare per essere felici? E’ domanda di un uomo pio, “dottore della Legge” (Lc 10,25a), mossa per scredito e forse anche da un’esistenza ingrigita.

La stessa pratica di precetti legislativi promette: “perché tu sia felice” (Dt 6,3a). L’interrogatore è ora interrogato. Dimentica forse l’intento divino: essere felici. La perdita di ciò porta alla sterilità della norma da praticare.

Felice, in fondo, almeno per etimologia, è colui che è fecondo.

Su questa via è fondamentale ricordare l’origine, che produce un ethos nuovo: “tu amerai il Signore, tuo Dio” (Dt 6,5a). E’ un comando, non una scelta. Comando possibile solo in virtù di Chi si è esposto in un incontro, di un Tu a me prossimo. Sono io il primo prossimo di Dio.

L’amore orizzontale si deve anche in verticale; oggetto di un Amore Altro, a mia volta sono soggetto di un amore altrui: al prossimo come me stesso. “Qualsiasi altro comandamento si ricapitola in questa parola” (Rm 13,9b).

E’ un amore debitore, “pienezza della Legge” (Rm 13,10b). E’ la via percorsa da chi si sente costantemente in debito.

Potremmo incappare “nelle mani dei briganti” (Lc 10,30a) o divenire briganti noi stessi. A dire l’imprevedibilità delle vicissitudini umane. Ma l’uomo nuovo, “rivestito del Signore Gesù Cristo” (Rm 13,14a) conosce un ethos nuovo, una nuova morale.

Chi è mio prossimo?” (Lc 10,29b). Occorre capire quali siano i confini. Le barriere, i muri oltre i quali non sentirci più responsabili.

Lo scandalo è presentato dalla parabola, segno del reale.

Il poveretto è scavalcato da “un sacerdote” (Lc 10,31). Colui che per vocazione è chiamato a vivere la Legge ha fretta di celebrare il culto, di svolgere il ruolo. Non ha tempo. O voglia. E così “passò oltre” (Lc 10,31b). Non è in grado di cogliere le priorità. Così anche “un levita” (Lc 10,32a). Ci sono uomini zelanti nella pia pratica, esperti di devozioni e di preghiere, giudici intransigenti che dimenticano il dramma di essere uomo.

Lo scandalo è che a fermarsi, provando “compassione” (Lc 10,33b), sia “un Samaritano” (Lc 10,33a). E’ un doppio scandalo. A prendersi cura si ferma uno straniero eretico. Cristo medesimo si identifica in lui.

Vengono così abbattuti i confini del debito d’amore. Sono soggetto prossimo ad ogni tu in cui mi imbatto essendo oggetto di una prossimità Altra.

Per questo mi dice: “va’ e anche tu fa’ così” (Lc 10,37b).

Perché per essere davvero felici ho bisogno sempre di un altro-da-me.

Alessandro

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