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ETHOS – rifuggire il fallimento

Oggi non è sufficiente essere santo:
è necessaria la santità che il momento presente esige,
una santità nuova,
anch’essa senza precedenti.
(Simone Weil)

Tolti alla naftalina dei cassetti domestici o dalle buie nicchie parrocchiali, non ci appaiono più tali. I Santi hanno bisogno – o almeno lo crediamo – di spazi adeguati, distanti da noi.

La verità è che li teniamo alla larga. Troppo lontani li sentiamo; prototipi perfetti di un’esistenza non raggiungibile. Li veneriamo ma, in cuor nostro, sappiamo di temerli. Li temiamo così prepotentemente che li abbiamo ridotti a oggetti di superstizione.

Eppure la festa di oggi ci rimette nell’orecchio il tarlo di una “santità della porta accanto” (Gaudete et Exsultate 7). Quello che Gesù sbandiera sul monte è il manifesto di una santità popolare. “Beati” scandisce per nove volte ai presenti, esponendoli allo loro dignità. Diviene il loro nome.

Palesa a e agli altri il segreto di una felicità possibile eppure “controcorrente” (Gaudete et Exsultate 65). E’ vocazione al proprio destino: “essere conformi all’immagine del Figlio” (Rm 8,29b). Il è chiamato in causa.

Sul monte Egli annuncia l’ermeneutica della vicenda umana. Santità non è mai esodo da o dal reale. Piuttosto è pieno raggiungimento. Perchè l’io sia più-me.

Vi è una comunità di precursori, “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare” (Ap 7,9a) a dirci l’universalità del fine ultimo. A dirci che siamo fatti per questo. Vocati al Cielo. Santità è abbandono del tempo – hic et nunc – per entrare nell’eternità – il perenne oggi.

E’ lasciarci plasmare alla Sua forma per assumere un ethos nuovo. E’ la Sua maniera di essere Figlio che deve essere assunta. Unico destino al quale tendere. Questa è beatitudine, sapere che nulla “potrà mai separarci dall’amore di Dio” (Rm 8,39b). Saperlo ci permette già di accedere alla gioia.

Anticipo della liturgia celeste. Il santo gode del Cielo già in terra; ne diviene finestra limpida attraverso la quale guardare. Mai è un disincantato. Non c’è persona più oggettiva e realistica del santo.

Per questo il Suo primo proclama chiosa: “rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,12a). Il Suo è un riaffermare il senso all’umano. Gioia non è mero sentimentalismo, piuttosto un nome proprio del Divino.

Oggi non siamo chiamati ad essere spettatori di vite altrui ma a prendere consapevolezza del nostro destino: Cristo. E nient’altro.

Il santo non ha altro aspetto, altra parola, altro modo, altro pensiero se non il Suo. E’ Sua riproposizione, imperfetta ma in grado di appellare la libertà altrui.

Solamente i santi hanno qualche cosa da dire al mondo e solo loro verranno ascoltati perché portatori di novità eterne.

Perché “il contrario di santo non è peccatore, ma fallito!” (Raniero Cantalamessa).

Alessandro

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