Devono scaturire in festa e in danza, in canto e in giubilo, le parole inaugurali di Gesù sul monte. Sono parole talmente dense, talmente cariche di novità che non possono non trovare – anche nell’uomo più duro – almeno l’attenzione dell’ascolto. Sono parole che promettono l’impossibile ma un impossibile realizzabile, possibile. Queste parole hanno carattere molto più deciso del semplice e fumoso “religioso”; sono parole politiche, sociali, esistenziali. E’ discorso inaugurale con ambivalente funzione: il Cristo si presenta – a Lui anzitutto sono riferite – e presenta il destino possibile per i suoi. La parola iniziale, che scandisce per nove volte questa sorta di magna charta dell’umanesimo è paradigmatica: “beati”.

Gesù compie la sua entrata in scena con una pretesa utopica. Chiama gli ultimi della società convenuti, “felici”. Li riconosce così, laddove essi stessi non si riconoscevano. Ci riconosce così. Questa parola, poiché prima, ha carattere ermeneutico per tutta la vicenda cristiana; tutto è intriso di questa gioia, di questa esultanza. Beati sono coloro che, riconoscendo il motivo per cui vivere, vivono appieno. Questo stato – lungi dall’essere mero sentimento – ci rende liberi di fronte alla realtà delle cose e degli affetti. Questo stato lo possiamo chiamare santità.

Occorre – credo – toglierci di dosso alcune false riletture di santità. Santità non è assoluta perfezione nevrotica. Santità non è nemmeno timore patologico di ogni singolo precetto mancato. Santità non è neppure riserva di alcuni che hanno la fortuna di avere il loro nome scritto nei calendari. Santità non è speranza di avere la propria fotografia sotto naftalina, chiusa in qualche cassetto. “Il santo è l’uomo vero, un uomo vero perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore, di cui è costituito il suo destino” (Luigi Giussani). La santità è vivere la vita di tutti i giorni in maniera meravigliosa, semplice e vera. Santità è vivere nonostante le nostre contraddizioni.

Certo la Chiesa ci offre una schiera di santi che, più che essere pregati, chiedono di essere imitati. Il rischio più grande nel celebrare la festa di tutti i Santi è quello di sentirsi semplice spettatore di vite altrui senza alcuna implicazione.

Santità è il destino ultimo per tutte le donne e tutti gli uomini: “quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29). E’ giocarsi fino in fondo nella vita che ci è data, senza maschere o scappatoie. La mia vita è l’unico luogo della mia beatitudine; chi si allontana per viaggi solitari sperando di ritrovarsi si ritroverà solo perduto. La beatitudine, anche laddove sembra paradossale – “beati quelli che sono nel pianto” (Mt 5,4a) – è possibile solo lasciando fare allo Spirito che abita in noi e che ha come unico compito quello di renderci sempre più conformi a Gesù: questo è il vivere da cristiani. Il nostro unico destino è farci fare dallo Spirito, permettendoGli di modellarci sempre più per divenire simili al Figlio. Il santo è chi arrende la sua libertà a quella di un Altro. Non dovrebbe esserci altro desiderio nel nostro cuore che questo.

Giovanni riceve visione profetica della beatitudine ultima, vede “una moltitudine immensa” (Ap 7,9a). In questa schiera la Chiesa ci offre il mistero della Comunione dei Santi, della quale siamo partecipi anche noi qui e con la quale, un giorno, ci uniremo. Tutti costoro sono “segnati sulla fronte con il sigillo del Dio vivente” (Ap 7,3b.4a.2a) cioè con un segno riconoscibile, con il nome dell’Agnello. Il sigillo è segno di appartenenza, è il desiderio di cui siamo fatti, ricordo indelebile della nostra meta. “Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani” (Ap 7,9b). Giovanni partecipa alla beatitudine del Cielo, al trionfo di coloro “che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello” (Ap 7,14b). E’ la festa permanente di quelli che hanno accettato di implicarsi volontariamente nella vicenda di Cristo fino all’ultimo. A questo dobbiamo tendere e a niente di meno.

Beati, dunque, sempre e comunque. Paolo retoricamente domanda: “chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (Rm 8,35a). La santità implica anche una presa di posizione netta nei riguardi della realtà, posizione che potrebbe avere come conseguenza il fatto che “vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia” (Mt 5,11), avverte Gesù, includendo la possibilità del martirio. Implicarsi fino in fondo, senza sconto alcuno, potrebbe costare anche caro “ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm 8,37)! Il santo non ha paura di niente e di nessuno poiché sa che sta giocando nella squadra vincitrice.

Un giorno io saprò/d’essere un piccolo pensiero/nella più grande immensità/del suo cielo” (Don Backy). Quanta verità risplende in queste strofe di canzone. Siamo fatti per il Cielo. Siamo immensità!

Alessandro

 

Commenti

(function(i,s,o,g,r,a,m){i['GoogleAnalyticsObject']=r;i[r]=i[r]||function(){ (i[r].q=i[r].q||[]).push(arguments)},i[r].l=1*new Date();a=s.createElement(o), m=s.getElementsByTagName(o)[0];a.async=1;a.src=g;m.parentNode.insertBefore(a,m) })(window,document,'script','//www.google-analytics.com/analytics.js','ga'); ga('create', 'UA-60967609-1', 'auto'); ga('send', 'pageview');