OperaCalabria_d0

NOSTALGHIA – Solo

Qui termina veramente il cammino.

Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità.

Ma tu sai questo mistero. Tu solo.

[…].

E’ di uomo infatti l’estremo pensiero del Figlio dell’uomo sulla terra.

Consummatum est.

(Mario Luzi)

Stupisce il Tuo silenzio di fronte al potere che Ti ha in pugno.

Il Padre ti ha lasciato in balìa dell’uomo. Solo nelle mani di altri. La Tua fu resa.

Tuo destino è nel loro. “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” (Mt 27,25b). Profezia nefasta.

Appeso al patibolo capisci che ora è, davvero, la fine. Sei “preda” (Is 49,24a) e “prigioniero” (Is 49,24b). Tua colpa è non averne commesse. Condannato perché innocente. Troppo per loro.

Si compie in terra il Tuo ultimo dialogo con il Padre. Dopo sarà altro. Ma fu solo monologo. Terribile assolo drammatico. “Ascolti la voce del suo servo!” (Is 50,10b).

Sospeso sul legno gridi la disperazione della solitudine: “Elì, Elì, lemà sabactàni?” (Mt 27,46a). Perché lo hai fatto? Perché abbandoni? Provasti la nostalgia più grande: quella del Divino.

Il silenzio fu assordante. Più degli insulti e delle beffe di “quelli che passavano di lì” (Mt 27,39a). Il silenzio del Padre fu per Te un assurdo. Sempre Ti parlava quando confidavi con Lui i pesi delle Tue infaticabili giornate. Sempre. Ma non ora.

Chi Ti osserva si dimenticò persino la pietà. L’umanità imbastardita era ostentata davanti.

Io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro” (Is 50,5b). Nel silenzio ovattato, dentro di Te vi sono sentimenti opposti. L’umano e il divino; la carne e il Verbo a combattere la battaglia decisiva. Vi fu silenzio perché in Te vi erano tutte le grida.

Scendi dalla croce!” (Mt 27,40b). L’ultima tentazione. La più difficile. Quelle che provasti nel deserto ad inizio carriera troppo banali. Tu troppo fermo nelle parole del Padre.

Ma ora tutto è diverso. Quei giorni felici, lontani. La gioia della folla che Ti rincorreva è diventata astio. I miracoli compiuti dimenticati; le parole proferite cancellate. La cura portata divenne accusa.

Hai da portare il peso di una nuova gestazione, di una nuova “posterità” (Is 53,8b).

Nella solitudine di quell’ora diventi carico di pesi altrui. I chiodi che Ti perforano la carne è l’ultimo dei pensieri. Quel peso Ti toglie il respiro. Divieni, lì sospeso tra terra e cielo, calamita di ogni calamità.

Caricato “delle nostre sofferenze” (Is 53,4a). Schiacciato “per le nostre iniquità” (Is 53,5b). In Te il peso di ogni altro peso; di tutti i pesi. Di tutta la Creazione.

Ti ritrovi vittima sacrificale, moderno e definitivo “sacrifico di riparazione” (Is 53,10b). Ogni altro rito, da quell’ora, sarà arcaico. Inutile.

Solo lasciasti i Tuoi. Solo lasciasti la nuda terra. Solo a portare un carico immenso. Tu il Solo unico abile a farlo.

Il Padre non ebbe più nulla da dire perché disse tutto lì in quell’ora. Sprecò tutto il Suo fiato. La Sua Parola appesa al pubblico ludibrio.

In quell’istante, Solo.

Alessandro

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