ATTENDERE L’ATTESO – storia perforata

Quando noi pensiamo al mistero del Natale – mi­stero di incarnazione –

noi sentiamo che Cristo, Dio fatto uomo, appartiene al­l’uomo, è dentro l’uomo.

Non è una religione d’intonaco, la nostra, non è una de­corazione sull’uomo:

è nella struttura dell’uomo e non la possiamo cancellare.

L’uomo porta dentro la presenza, il fermento,

lo sconcerto di questa adorabile presenza divina;

presenza di un Dio che si è fatto uomo

non soltanto per vivere in noi e partecipare alla nostra vita quotidiana,

ma anche per poter dare a questa nostra vita un senso,

una forza di elevazione, una speranza

che va al di là della brevità della nostra giornata.

Siamo di Cristo.

Io non vi so spiegare come gli ap­parteniamo,

ma c’è un fatto indubitabile: noi non possiamo distaccarci da Lui.

(Primo Mazzolari)

 

Questa notte segna uno sconcerto. La venuta di un Altro è sconcertante, sconvolgente. E’ sconvolto l’umano tutto. Ogni logica umana è scossa. La tela della realtà è squarciata da un avvenimento. E’ notte primordiale, notte di un grembo gravido pronto a dare alla luce Qualcuno. Notte esistenziale, anticipo di evento, attesa di Vita.

“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14a).

L’annuncio che squarcia le tenebre di questa notte, ci ricorda un fatto compiuto. E’ potente esorcismo sulle tenebre che incombono sulla vita. L’Altro che giunge, che irrompe, è Parola di Dio, è il Suo Pensiero. Si carnifica, corporalmente, visibilmente. Finalmente l’Inconoscibile si manifesta, viene.

Dio incarnato, Dio con noi. La notte dell’anima declina, giunge l’alba perenne.

Finalmente, l’Atteso, sul quale gravano le attese di speranza di ogni uomo, giunge.

E’ “fine dei giorni” (Is 2,2a), “pienezza del tempo” (Gal 4,4a) la Sua venuta. Egli è Colui che viene. Compimento definitivo di Dio. Nulla lo supererà.

I padri augurano BUON NATALE: guarda il video

La storia ancora doveva compiersi, sbocciare. Risultava incompleta. Tutto ciò che vi è stato prima era preparazione, tempo di gravidanza. Ora il compimento, ora la pienezza. Ora il senso.

“Veniva nel mondo la luce vera” (Gv 1,9a). Il Verbo irradia luce e splendore sul “popolo che camminava nelle tenebre, su coloro che abitavano in terra tenebrosa” (Is 9,1). Sono ombre di morte, di sconfitta, di non-senso. Viene “per riscattare” (Gal 4,5a) coloro che sono soggetti a schiavitù.

Gravavano su di noi solo ombre e presagi di morte, andavamo a perderci nel buio del nostro egoismo. Egli solo è luce vera, “che illumina ogni uomo” (Gv 1,9b); vince ogni artificialità nel crearla. Questa luce è unica, è Una. E’ Uno.

Il Cielo è in festa e chiama la terra ad unirsi al sommo gaudio: “vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10b). Questo avvenimento ha portata universale, “ad esso affluiranno tutte le genti” (Is 2,2e). E’ per tutti; è di tutti.

Prorompete insieme in canti di gioia, perché il Signore ha consolato, ha riscattato” (Is 52,9)! Il silenzio di questa notte è rotto dai canti angelici. L’attesa dell’umanità canta ora il suo finalmente. L’alba del Verbo risuona di esultanza, poema di Incarnazione. Uscendo alla luce, il Verbo ci fa riemergere.

La Sua venuta segna indelebilmente una nuova umanità, un nuovo modo di essere umani. L’umana esistenza è illuminata a giorno, le tenebre più cupe dissolte: “una grande luce rifulse” (Is 9,1b). Finalmente ci è detto chi siamo: “figli di Dio” (Gv 1,12b). In questa notte noi perdiamo l’orfananza nella quale eravamo precipitati per ricevere “l’adozione a figli” (Gal 4,5b).

Il dramma dell’accadimento è che “venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,9). Il dramma del Verbo è il Suo rischiare. Il Suo venire è il più altro rischio. Potrebbe accadere che, pur venendo “in mezzo a noi” (Gv 1,14a), noi continuiamo imperterriti le nostre faccende, come se nulla fosse. Il Suo rischio è non venire riconosciuto.

Eppure decide, comunque, di venire. Giunge, oltre il rischio della libertà.

La storia è perforata, da quella notte, per lasciare libero accesso ad un Altro. Quella “mangiatoia” (Lc 2,7b) dalla quale tutto partì, è buco sull’Infinito, feritoia divina. E’ Avvento di Qualcuno che prende dimora, che richiede accoglienza. Quel luogo diviene crepa sull’umanità, spiraglio di Eternità. E’ fessura attraverso la quale vedere il Padre. L’umanità tutta è data alla luce.

Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” (Is 9,5a). Un bimbo in una mangiatoia: così decide di entrare nel mondo il Divino. Egli trasforma una semplice stalla nel luogo degno della Sua venuta. Viene in una mangiatoia a dirci il destino Suo. E’ cibo che nutre l’umanità imbestialita capacitandola all’umano. Il Suo sopraggiungere è sacramento; anticipo di Eucaristia: dono di sé.

 

Accorriamo alla mangiatoia di Betlemme, giungiamo a vedere questo accadimento senza pari. L’Altro che accade continuamente; è perforatore di coscienze. Egli è giunto in mezzo a noi.

“Egli viene dove volete, dove vi piace, avendo preso dimora con voi: in casa vostra, in fabbrica, in piazza. Ovunque andiate, egli vi segue: anzi, ci ha preceduto. Egli occupa ogni cosa nostra, e ogni nostra abitazione, da quando si è fatto uomo per stare con noi” (Primo Mazzolari).

Quella mangiatoia è scuola di umanità, di familiarità. Occorre andarvi “senza indugio” (Lc 2,16a). Il Cielo stesso richiama all’attenzione la terra. Solamente lì impariamo ad essere pienamente noi stessi. Solamente guardando quel Bambino ci è possibile comprendere Dio. Quella stalla è educazione continua a me stesso. Quel luogo è il mio natale.

Quando verrai Signore? Tu, l’Atteso dalle genti. Bambino che nasce. Dio che nasci. Vieni, Tu luce che dissipa le mie tenebre. TuTu, il Verbo, che mi parli e dici: “Io sono già venuto e continuo a venire!”.

 

Il Signore è venuto. Sia io a venire a Te.

Alessandro

 

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